In questa pagina:

 

* L'uso di sostanze e problemi psicologici

* L'ipnosi alle vite precedenti: potenziamento della memoria o suggestione della mente?

* The social dilemma: il documentario sui Social Network e Google

* La paura, anzi, la sacrosanta paura per il coronavirus

* Difendersi dallo stalking

* Affrontare lo stress

* Io penso positivo

* La "prostituzione relazionale"

* I capricci dei bambini

* Le tentate soluzioni

* La potenza è nulla senza controllo

 

 

L'USO DI SOSTANZE E PROBLEMI PSICOLOGICI

 

Alcuni dicono che il consumo occasionale di sostanze psicoattive non provochi ripercussioni sul benessere psicofisico. Possiamo esserne certi? Andrea, Giovanni e Dario erano tre miei pazienti con problemi completamente diversi, ma con un aspetto in comune che scoprirete in questo articolo.

 

Andrea, un ragazzo di 21 anni, viene nel mio studio per un problema di attacchi di panico, è terrorizzato dalla possibilità di poterne avere uno, devastante come il primo che aveva vissuto qualche mese prima del nostro incontro. Adesso vive una vita pesantemente limitata, parla continuamente della sua paura con i familiari, ha rinunciato a prendere la macchina per paura di stare male mentre guida e si fa accompagnare ovunque dalla fidanzata.

 

Giovanni, 25 anni, mi chiede aiuto per un problema che lo terrorizza. Ha dei pensieri intrusivi che appaiono nella sua mente: si tratta di immagini cruente dai contenuti violenti. Cerca di scacciare i suoi pensieri dalla mente, ma fallisce miseramente. Evita la vicinanza con oggetti pericolosi poiché ha paura di poter far del male a qualcuno, proprio con la stessa modalità delle sue immagini intrusive. Dice che la sua vita è diventata un inferno e che ha pensato di farla finita.

 

Dario ha quasi trenta anni, manifesta diversi disagi, tra cui soprattutto un’intensa rabbia verso le persone, siano essi conoscenti o perfetti sconosciuti. Si sente spesso preso in giro dagli altri e guardato con diffidenza. Fino ad ora ha sempre trattenuto la sua rabbia, ma di recente è esploso verso la sua ragazza, accusandola in modo pesante di comportamenti dei quali, ripensandoci a mente fredda, si rende conto di avere esagerato nella sua valutazione.

 

Sono tre giovani che lamentano tre problemi diversi. Le loro terapie hanno infatti seguito strategie diverse. Cosa hanno allora in comune? Andando ad indagare sulle abitudini di vita, è venuto fuori che tutti loro, in modo abitudinario o saltuario, ma pur sempre continuativamente nel tempo, facevano uso di sostanze come la cannabis e la cocaina.

 

E’ risaputo che il THC, derivato della cannabis, può avere importanti effetti terapeutici anche per sindromi gravi o per sintomatiche invalidanti. Ma questo non vuol dire che la cannabis non produca effetti secondari sgraditi nel tempo. L’aspirina, ad esempio, è un farmaco di grande importanza, ma nessun medico consiglierebbe a tutti di assumere aspirina come fosse acqua fresca.

 

Sto citando solo tre esempi di questo fenomeno. Ma nella pratica clinica di Psicoterapeuta mi è accaduto almeno una dozzina di volte di incontrare situazioni di questo tipo. Un uso di sostanze, quasi trascurato o minimizzato dalla persona, che si riflette in problematiche psicologiche importanti.

 

Non è possibile condurre efficacemente una psicoterapia se prima non si interrompe il rapporto, anche fosse soltanto saltuario, con la sostanza. I pazienti potrebbero seguire le indicazioni terapeutiche, trarne giovamento, ma mai uscire completamente fuori dal loro problema. In questi casi, fin dalla prima seduta, mi accordo con fermezza con il paziente affinché interrompa immediatamente l’uso della sostanza.

 

Se l’accordo viene rispettato questo velocizza grandemente i miglioramenti della psicoterapia, con effetti importanti nell’arco delle prime due-tre sedute. Nei rari casi in cui l’accordo non viene rispettato sono io a tirarmi fuori dalla terapia poiché diventerebbe un continuo cadere e ricadere sul problema.

 

I tre giovani ex pazienti hanno potuto recuperare pienamente il loro equilibrio ed in più, dopo un periodo continuativo di interruzione della sostanza, si sono liberati completamente dai suoi effetti nocivi sul corpo e sulla mente. 

 

 

L'IPNOSI ALLE VITE PRECENDENTI,

POTENZIAMENTO DELLA MEMORIA

O SUGGESTIONE DELLA MENTE?

 

Peter Reilly, giovane americano, un giorno tornando a casa trovò la madre morta sgozzata sul pavimento. In mancanza di sospettati fu portato in commissariato per essere interrogato, pur non avendo una goccia di sangue addosso. Per 16 ore consecutive fu messo sotto torchio da una squadra di quattro investigatori che si alternavano nell'indagine. Uno di loro gli disse che il poligrafo (più comunemente conosciuto come macchina della verità) attestava senza dubbio la sua colpevolezza. Gli fu anche detto che erano state trovate le prove che lo inchiodavano. Si era evidentemente infuriato contro la madre ed aveva rimosso il ricordo dalla memoria.

 

Anche se inizialmente deciso nel sostenere la sua innocenza, con il passare delle ore il peso di tutte queste “prove” (finte prove) cominciarono a fare vacillare Peter: “E’ mai possibile che io possa non ricordare niente di tutto ciò? - chiedeva – Assolutamente si - ripeteva con certezza l’investigatore di turno”. Lo si incalzava chiedendogli di scavare e scavare nella memoria. Lo si invitava a visualizzare l’immagine della madre morta sul pavimento, per ricordare quello che aveva fatto. Fino a quando il ragazzo cominciò veramente a costruirsi delle immagini e gradualmente “ricordare” di avere sgozzato la madre e di averla calpestata, facendo una ricostruzione del delitto esattamente secondo i particolari che gli erano stati suggeriti dagli inquirenti.

 

Il giorno seguente, dopo aver finalmente dormito e a mente fredda, il ragazzo voleva ritrattare tutto, ma ormai la confessione era stata depositata e si erano anche fermate tutte le indagini. Fu condannato per l’omicidio della madre e dovette andare in galera. Per sua fortuna dopo due anni di carcere, venne trovato un documento che gli forniva un alibi inoppugnabile e venne scarcerato.

 

Nonostante l’apparente assurdità di questa storia, negli Usa e nel mondo centinaia di professi colpevoli (attraverso questi tipi di interrogatori), si scoprono poi essere totalmente innocenti.

 

Ma qual è il nesso di ciò con la così detta ipnosi regressiva alle vite precedenti? Proviamo a pensare alla risposta, ma nel frattempo vi racconto un altro fenomeno tristemente eclatante.

 

Negli anni novanta negli Stati Uniti d’America venne fondata la “False memory sindrome foundation”, associazione che ha sostenuto decine di migliaia di ex pazienti, sottoposti a particolari trattamenti psichiatrici e psicologici e che, invece che ottenere la guarigione dei propri disturbi, hanno ottenuto la totale distruzione dei rapporti familiari.

 

Sotto il presupposto, direi quasi dogmatico e fanatico del: ogni problema è riconducibile ad un trauma del passato (presupposto pericoloso che si aggira come un virus ancora oggi), tantissime persone negli Usa, negli anni 80 e 90 hanno condotto delle terapie centrate esclusivamente sulla ricerca di un trauma. Sono state indirizzate dagli specialisti a indagare sul rapporto che avevano da bambini con i propri genitori, alla ricerca costante di un evento, di un pensiero, di un’immagine di un abuso sessuale rimosso. In questo modo migliaia di persone sono giunte letteralmente a “ricordare” sempre più vivamente immagini e situazioni di abusi familiari.

 

Inutile dire che tutto ciò ha causato lo sfacelo definitivo di tantissime famiglie, al punto della costituzione della fondazione su menzionata, che lotta nei processi, il più delle volte vincendoli, contro quelle che sono state definite a buon diritto costruzioni di false memorie. Alcune situazioni erano riconducibili a reali abusi, tra l’altro ricordati fin dalla prima seduta. Ma la maggior parte erano il prodotto di pressanti ricostruzioni, sotto la spinta costante della teoria del trauma sessuale.

 

Nell’ipnosi alla vita precedente alcune persone, guidate da un ipnotista (che crede alle vite precedenti), sembrano proprio “ricordare” di essere state qualcun altro: di aver vissuto nel medioevo, di essere state figure di spicco o di essere state perseguitate, etc. Anche in questo caso il presupposto terapeutico è, andare all’origine dei problemi, e se non si trova l’origine in questa vita, chiamiamo in causa le vite precedenti!

 

Non so se esiste la reincarnazione, il paradiso, l’inferno, gli ufo e gli eventi soprannaturali. Ma so, come documentato dagli esempi di questo articolo e così come ampiamente dimostrato da tutte le ricerche sulla memoria, che essa può subire delle pesanti distorsioni e che possiamo addirittura arrivare a costruirci di sana pianta un ricordo nella nostra mente.

 

Devo allora raccomandare di andare con i piedi di piombo nel confidare in un'ipnosi che va alla ricerca di presunte vite precedenti. Non sto qui a sindacare che alcuni terapeuti (informiamoci, sono veramente terapeuti accreditati?) che credono in questa cosa non siano mossi da buone intenzioni. Ma anche in questo caso la loro predisposizione ideologica a dover trovare questa cosa, rivolta ad un soggetto sotto ipnosi, che può essere quindi altamente suggestionabile, può appunto indurre a costruire un falso ricordo. Proprio così come successo al povero Peter Reilly, il quale nella sua sfortuna ha avuto la fortuna di fare “soltanto” due anni di carcere. Ma penso anche alle centinaia di migliaia di persone rovinate nel mondo, per via di procedure che costruiscono memorie false.

 

Valutiamo allora la concreta possibilità che, affidandoci al presupposto dell'indagare le presunte vite precedenti (assolutamente disconosciuto in ambito terapeutico ufficiale) potremmo ricevere una grande fregatura proprio nella vita presente; che è quella più importante di tutte no?

 

A questo proposito mi piace concludere citando il modo ilare di rispondere su questo tema, da parte del presidente della Società Italiana di Ipnosi, Camillo Loriedo: “siamo già così pieni di problemi in questa vita, non mi pare il caso di andare a scomodare pure i problemi di altre vite”.

 

 

THE SOCIAL DILEMMA,

IL DOCUMENTARIO SUI SOCIAL NETWORK E GOOGLE

 

The social dilemma” è un documentario uscito di recente su Netflix, in cui sono intervistati i principali sviluppatori delle funzioni di Google e dei social network come Facebook, Instagram, Youtube, Twitter. Questi informatici hanno poi deciso di dimettersi dal proprio lavoro. Faccio alcune mie considerazioni, soprattutto dal punto di vista psicologico.

 

Google ed i social sono strumenti che danno grandi vantaggi e comodità. Posso comunicare in diretta con amici e parenti, anche a migliaia di chilometri di distanza. Posso trovare e dirigermi col navigatore in un luogo, ordinare una pizza, un taxi, ordinare una bicicletta che mi viene consegnata direttamente a casa. Posso usare i social per promuovere le mie idee e le mie competenze.

 

Ma cerchiamo di comprendere qual è il risvolto della medaglia, che si manifesta in singole problematiche, ma che può svilupparsi in modo subdolo e pericoloso nelle nostre vite.

 

Mi ha colpito apprendere che negli USA, ma tutto ciò comincia a diffondersi anche in Europa, i giovani chiedono di fare interventi chirurgici estetici non per somigliare ai canoni di bellezza dei propri personaggi preferiti, ma per assomigliare ai propri selfie. Cioè, per assomigliare ai propri selfie ai quali hanno messo dei filtri e grazie ai quali hanno ricevuto tanti mi piace.

 

Nel documentario viene intervistato l’ideatore del "mi piace" di Facebook; afferma che ai tempi aveva pensato a questa funzione come un veicolo per diffondere positività. Nei fatti il mi piace è diventato sempre di più al pari delle ricompense delle slot machines: porta gli adolescenti ed i giovani, ma direi sempre più anche gli adulti, ad inventare nuovi modi per farsi mettere ancora più likes, utilizzando nuovi filtri, cioè attraverso un’immagine falsa di sé. Il messaggio che comunichiamo a noi stessi in questo modo è: vado bene solo se sono un falso me stesso.

 

I dati indicano che in America, dal 2010-2011 ad oggi i suicidi tra i 15-19enni sono aumentati progressivamente del 70%; e tra i bambini di 10-14 anni del 151%. L’anno di partenza corrisponde perfettamente con quella generazione di ragazzini che hanno cominciato ad utilizzare il cellulare ed i social costantemente fin dalle scuole medie. Quello che doveva partire come un messaggio di positività, il mi piace, si è rivoltato contro. Il non ricevere mi piace è causa di scoraggiamento e depressione negli adolescenti, la cui punta più drammatica sono gli atti estremi di suicidio.

 

Del resto è stato verificato che se si chiede ad un adolescente quanto tempo stia ogni giorno al cellulare, la risposta media è circa 1 ora 1,5 ore. Ma nella realtà la media è di tre ore ed un quarto al giorno. Anche per gli adulti il dato è estremamente alto.

 

Due miliardi di utenti ogni giorno usano gratuitamente Google ed i social. Ma le società di internet sono di gran lunga le più ricche di tutta la storia dell’umanità. Chi è che paga allora? Chi o cosa viene commerciato? Il documentario evidenzia chiaramente che il prodotto ad essere commerciato siamo noi stessi. Questa è una notizia che in buona parte si sapeva, ma cerchiamo di capire esattamente in che modo possiamo essere oggetto di commercio.

 

Quando siamo su Google, sui social, quando facciamo acquisti con il telefono, tutto quanto viene registrato. Uno degli intervistati dice che l’algoritmo dell’intelligenza artificiale dei social registra non solo quali foto abbiamo guardato, ma anche per quanti secondi abbiamo guardato ognuna di essa. L’algoritmo è in grado di sapere quando siamo svegli o dormiamo, quando siamo da soli o in compagnia, quando siamo giù di morale o siamo contenti, quando guardiamo la foto del nostro ex. Viene tutto registrato ed immagazzinato.

 

La logica delle grandi società di internet rispecchia tre passi:

 

1) Coinvolgerci, cioè tenerci più a lungo possibile collegati sui social e su Google. Portarci a scrollare in continuazione sulla bacheca di Facebook; proponendoci una nuova notizia o un nuovo video che potrebbe interessarci. Attivare questo meccanismo ci porta a prendere automaticamente il cellulare e controllarlo. Gli avvisi che riceviamo funzionano proprio in questo modo. Suona il cellulare e vedo che sono stato taggato in una foto da un amico. Uno degli sviluppatori intervistati fa notare: perché non ci viene mostrata la foto direttamente sull’avviso? Perché per le società di internet è molto meglio che accedo al social, dove probabilmente sarò catturato dalle notizie della bacheca e passerò una parte del mio tempo collegato.

 

2) Il secondo obiettivo è la crescita del social e del servizio, portandoci ad invitare nostri amici ad iscriversi su di essi. Questo è evidente con le applicazioni dei giochi: “Invita un tuo amico a scaricare la app e ti daremo dieci vite gratuite”. In questo modo le aziende potranno far vedere le proprie pubblicità al nuovo utente invitato a giocare.

 

3) Quindi il terzo punto è proprio la pubblicità e gli annunci a pagamento. Le piattaforme vendono letteralmente le nostre informazioni ai commercianti di prodotti e di servizi. Chi siamo, cosa ci piace, come passiamo il nostro tempo. Chi pubblicizza prodotti sportivi avrà garantita la possibilità di mostrare i suoi articoli direttamente a chi pratica certi tipi di sport. E chi vende armi? Potrà mostrare i propri articoli direttamente a chi spesso guarda video di armi, di guerra o di violenza.

 

Attenzione, al di là degli esempi estremi tutto ciò sembra comodo, e per certi versi lo è davvero: io ho degli interessi e mi vengono proposti contenuti inerenti proprio le mie preferenze. Avevo cercato un prodotto su internet e non ne avevo trovato uno soddisfacente. Successivamente un social mi propone un articolo che magari mi piace e lo acquisto.

 

Ma andiamo a questo punto al risvolto più pericoloso di questo processo, pericoloso proprio perché si installa inconsapevolmente in ognuno di noi, come se fosse la normalità.

 

Immaginiamo il sito Wikipedia, l’enciclopedia online scritta direttamente dagli utenti. Se cerco un parola o un argomento troverò una definizione uguale per tutti.

 

Se invece cerco sulla barra di Google un’informazione, il motore di ricerca comincia a propormi istantaneamente una serie di suggerimenti. Ad esempio, se cerco: la felicità è, appariranno una serie di parole aggiuntive per completare velocemente la digitazione. I suggerimenti che riceviamo cambiano da persona a persona. Qualcuno potrà vedersi spuntare, la felicità è… stare con il proprio partner. Un altro vedrà: la felicità è… mangiare un panino al Mc Donald; per un altro potrebbe apparire: raggiungere la pace interiore.

 

Il suggerimento ci viene fornito in base alle nostre ricerche precedenti, ai nostri interessi, alle nostre convinzioni, le quali diventeranno ancora più granitiche e radicali.

 

Anche amici coetanei su Facebook in realtà visualizzano in bacheca post diversi. Viene proposta una visione delle cose sempre più vicina alle nostre abitudini.

 

Col tempo tendi ad avere la sensazione che moltissime informazioni siano in linea con quello che pensi ed in cui credi. Una delle conseguenze è che le mie convinzioni si fanno più radicali ed estreme, ma soprattutto che chi non la pensa come me sia stupido e magari pericoloso.

 

Negli USA ci sono solo due schieramenti politici: I repubblicani ed I democratici. Si è visto come in questi ultimi anni I giudizi di uno schieramento verso l’altro si siano inaspriti ed inferociti.

 

Più di un terzo dei repubblicani giudicano I democratici come una minaccia per la nazione. E più di un quarto dei democratici dichiara la stessa cosa sui repubblicani. Un sistema che in America funziona da tanti decenni e che ha permesso l’alternarsi di politiche diverse viene adesso vissuto sempre più come fonte di minaccia per le persone.

 

I contenuti consigliati, i suggerimenti ed i post che ci vengono mostrati, alla lunga rendono più estremo il mio pensiero ed i miei atteggiamenti.

 

La diceria della terra piatta è stata portata avanti dalle scelte degli algoritmi sui contenuti consigliati. Gli algoritmi hanno individuato proprio quelle persone più inclini alle teorie delle cospirazioni, proponendogli video di Youtube e post di Facebook che parlavano della terra piatta e di come questa “verità” sia stata ostacolata e nascosta dalla scienza ufficiale.

 

In America un’altra fake news che circolava era quella del pizza gate. Secondo questa fake nelle pizzerie americane, per ogni pizza venduta si favoriva il commercio e la schiavitù di un bambino; tutto ciò sarebbe avvenuto negli scantinati nascosti del locale. Un giorno un uomo armato di pistola andò in una pizzeria cercando lo scantinato, che ovviamente non trovò, perché voleva liberare i bambini. Per fortuna venne subito fermato dalla polizia.

 

Le statistiche rivelano che le notizie fake si diffondono 6 volte più velocemente di quelle vere! Si tratta di una lotta impari a discapito della verità. La verità viene vista come noiosa, non fa notizia, non viene cliccata. Le fake appaiono interessanti, sembrano svelarci qualcosa che ci sarebbe stato appositamente nascosto, utilizzano il nostro disagio e le nostre paure per trovare un nemico da combattere. Ma purtroppo sopra una notizia falsa non c’è scritto: questa è una fake news.

 

Ovviamente tutto ciò ha un tornaconto economico, le aziende che mettono le loro inserzioni vogliono che più persone possibili ed influenzabili guardino ed acquistino i loro prodotti. Google ed i social sfruttano le nostre informazioni per inserire gli annunci ad esempio all’interno di un video molto visualizzato che parla di cospirazione, o subito dopo un post di Facebook o di Instagram che parla di una fake news molto cliccata.

 

Nel mondo milioni di persone, aizzate dalle fake news di Facebook, si danno sempre più di frequente a rivolte inaudite: in India, nelle Filippine, nel Miammar, ma adesso ci sono segnali anche negli stati uniti ed in Europa. Folle di persone che abbattono le antenne del g5, folle di persone che si scagliano contro le forze dell’ordine o contro minoranze etniche. Le conseguenze delle notizie false possono essere come ciò che succedeva nel medioevo durante un’epidemia di peste: bastava che qualcuno gridasse all’untore per spargere la voce tra la folla e linciare il malcapitato. Solo che chi adesso “grida all’untore” ha la possibilità di farsi sentire ed essere creduto da milioni di persone.

 

Dobbiamo assolutamente imparare a dubitare di ciò che leggiamo e vediamo sui social ed anche mettere sanamente in discussione le nostre certezze. Una persona intervistata nel documentario ha dichiarato in tal proposito, conoscendo questo meccanismo (di cui lei, tra l’altro, era una delle inventrici): “mi sforzo di attingere alle informazioni da fonti diverse. Seguo e cerco persone che la pensano in modo diverso da me per ampliare le mie idee e non irrigidirmi in esse”.

 

Ormai siamo l’ultima generazione a sapere come si viveva prima dei social network. Tra poche decine di anni esisteranno solo persone le quali penseranno che i social facciano naturalmente parte della propria vita.

 

Vorrei concludere con un aneddoto personale. Qualche anno fa, quando si stavano diffondendo gli smartphone ed i social sul cellulare, io avevo ancora un vecchio telefono. Per me Facebook era un qualcosa che guardavo appositamente accendendo il computer di casa. Una sera, dopo una partita di pallavolo tra amici abbiamo pensato di andare in una gelateria. Ad un certo punto due ragazzi pensano di fare una foto e di postarla su Facebook. Dopo di ciò cominciano a guardare la bacheca del social e a dirsi: guarda dove è andato tizio, guarda cosa ha fatto caio. In quel momento ho pensato spontaneamente e con grande sorpresa: ma perché non si godono il gelato e stanno insieme a noi invece di guardare il cellulare? Adesso percepiamo, ed anche io percepisco, tutto ciò come assolutamente normale. Siamo l’ultima generazione che sa come si vive senza social network, ma stiamo rischiando seriamente di dimenticarcene.

 

LA PAURA, ANZI,

LA SACROSANTA PAURA PER IL CORONAVIRUS

 

L'obiettivo di questo articolo è fare una distinzione tra una paura patologica ed una paura oggettiva, in questo caso quella per il coronavirus. Il metodo di intervento ha degli aspetti simili, ma anche degli aspetti decisamente diversi.

 

Chi mi chiede aiuto per delle problematiche di paura lo fa in genere quando essa sta andando fuori dal controllo e non è più arginabile con i propri tentativi di contenimento. La paura patologica può assumere infinite forme: attacchi di panico, paura di un infarto imminente, di avere una grave malattia, etc.

Paradossalmente sono proprio i tentativi ripetuti di arginare e scongiurare la paura che finisce con il rafforzarla ancora di più.

Facciamo l’esempio riguardo la già sopra citata paura di avere un infarto. In preda al timore che il cuore ceda, la persona prende sempre più evitamenti preventivi: svolge una vita sempre più ritirata, evita gli sforzi più pesanti, poi evita anche quelli leggeri, esce il meno possibile, evita gli spazi affollati perché “se sto male in mezzo alla folla l’ambulanza non può venire a prendermi”.

Questi tentativi si radicano sempre più nelle abitudini e nella mente proprio perché... funzionano! Si crea un’associazione mentale secondo la quale: ho evitato di sforzarmi, sono ancora vivo, quindi sono vivo perché non mi sono sforzato. Ma il sollievo momentaneo si risolve in una beffa perché la volta successiva sentirò il bisogno di prendere ancora maggiori precauzioni verso il mio cuore, che percepisco come sempre più debole, proprio perché lo tratto io stesso come un cuore malato. Tutto ciò, con il passare del tempo incrementa il senso di incapacità e di sfiducia nelle mie risorse, con il risultato che… la paura diventa ancora più forte e galoppante.

La terapia mira a far attraversare la paura. Ripeto, attraversare la paura, non eliminarla. Se esiste qualcuno che non abbia mai avuto idee o sensazioni di paura presentatemelo per favore. Ma oltre a fare i conti con le sensazioni e i pensieri di paura è di pari passo indispensabile togliere di mezzo tutti gli eccessivi evitamenti precauzionali che, anche se al momento sembrano essere efficaci, alimentano nel tempo la fobia, che si manifesta e si estende anche alle situazioni normali della vita.

Veniamo adesso alla paura per il coronavirus, voglio citare un caso concreto che sto seguendo attualmente, non riflessioni teoriche, ma osservazioni pratiche.

Un ragazzo, venuto per la prima volta nel mio studio poco prima dell’instaurarsi dell’emergenza per il virus, (cioè prima del lock down) accompagnato dai genitori, lamenta una situazione ipocondriaca generalizzata. Se sta al pc e gli si affatica la vista entra in allarme perché teme di stare diventando cieco. Vive le sensazioni del suo corpo come presagio di malattie gravi e dolorose che porteranno alla morte. Questo giovane mette in atto una serie di precauzioni apparentemente sensate, che purtroppo hanno fallito miseramente: si lamenta continuamente con i genitori e con il fratello delle proprie paure, cerca su internet tutte le informazioni possibili su sintomi e malattie, si rivolge spesso al suo dottore. I familiari cercano in tutti i modi di tranquillizzarlo, dicendogli che non è niente, che non si deve preoccupare, che passerà e che sono solo suoi timori infondati. Questo continuo comportamento rassicuratorio può a volte funzionare sul momento, ma la volta successiva il ragazzo torna nuovamente a lamentarsi, riceve nuove rassicurazioni, e ricomincia il circolo vizioso.

Dopo averne discusso ampiamente insieme in seduta e raggiungendo un accordo, diedi delle indicazioni nette da seguire a tutta la famiglia. Nei giorni seguenti si sarebbe attuata una vera e propria congiura del silenzio rispetto i problemi o presunti problemi, sintomi o presunti sintomi del figlio. Lui si sarebbe impegnato a non parlare delle sue paure e la famiglia si sarebbe impegnata a non dare più alcun tipo di rassicurazione. Restando poi da solo con il paziente, gli indicai anche di evitare come la peste la ricerca di informazioni su internet riguardo malattie e loro sintomi. 

Nella seconda seduta il giovane si mostra rilassato e con la mente più sgombra dai pensieri. Abbiamo continuato il nostro lavoro.

Tra la seconda e la terza seduta si diffonde con forza il problema coronavirus e la messa in atto delle misure di contenimento decise dal governo. Il paziente mi racconta di essere stato invitato da alcuni amici ad andare in un centro commerciale, ma che, preso dalla paura del virus, aveva preferito rimanere a casa. Successivamente, nel dubbio di aver fatto la scelta giusta, ne aveva parlato con i genitori che... lo hanno rassicurato! Gli hanno detto di non preoccuparsi, che la situazione non è grave e che si può uscire tranquillamente!

A questo punto sono dovuto intervenire resettando con decisione la situazione. La paura patologica di avere un male ogni volta che si percepisce una minima sensazione fastidiosa nel corpo è un conto; ma la paura di potersi ammalare di coronavirus, in questo momento storico, è tutta un'altra cosa. Se nel primo caso l'obiettivo è quello di togliere di mezzo tutte le precauzioni, nel caso della paura del virus si tratta di un timore legittimo, fondato sui fatti. E' un comportamento irresponsabile andare in giro e frequentare decine di persone come se niente fosse, senza prendere alcun accorgimento. In questo caso la paura è funzionale! Funzionale al fatto che bisogna stare attenti e rispettare tutte le indicazioni sanitarie. La paura va certamente attraversata, ma i comportamenti preventivi e precauzionali vanno messi in atto. Il timore diventa così un fattore motivante ad eseguire le indicazioni sanitarie. I genitori del ragazzo hanno avuto un atteggiamento rassicuratorio non solo controproducente, ma anche irresponsabile.

Vengo dunque alle nuove indicazioni date a questo paziente e con questo tipo di problemi, nei confronti del coronavirus:

1) Rimettere in pratica totalmente la congiura del silenzio rispetto a tutti i problemi, compreso la paura per il virus (per essere chiaro con il lettore, evitare domande del tipo, e se avessi il coronavirus? Possiamo essere sicuri di non averlo? Poco fa mi sono toccato la bocca, adesso posso essermi contagiato? Queste domande riattivano il circuito rassicuratorio che tra l’altro, in questo momento storico, è ancora più controproducente ed irresponsabile);

2) Documentarsi seguendo alla lettera le norme igieniche emanate dal ministero della salute e le norme comportamentali emanate dal governo. Togliere però di mezzo tutto il resto: i commenti sui social e gli articoli vari di ogni tipo (il lettore sa bene quanta spazzatura e notizie false o tendenziose stiano girando al momento sul web. Se è vero che anche ad una mente critica può capitare di lasciarsi condizionare, dando per veri degli articoli falsi, il lettore capirà come tanta spazzatura, letta da un ragazzo con questo tipo di problematiche, si riveli ancora più pericolosa).

Ai tempi del coronavirus le giuste precauzioni sono sacrosante, ed è anche sacrosanto che ci sia il giusto livello di timore. Tutto ciò aiuta ad essere ben motivati ad eseguire le indicazioni sanitarie, evitando così il contagio e la diffusione del male. Un aspetto decisamente diverso rispetto alla terapia convenzionale per le paure patologiche, ma assolutamente fondamentale e importante da rispettare. La paura patologica può passare velocemente, se in terapia si agisce sulle giuste leve, ma un certo grado di paura per il virus deve restare tutto il tempo in cui siamo in fase pericolo: è funzionale, non è una paura che va "curata" o eliminata. Va certamente attraversata, evitando isterismi, ma ci deve essere il giusto grado di preoccupazione. In questo modo la paura torna ad assolvere la sua funzione originaria: aiutare a preservarci dal pericolo, favorendo la sopravvivenza.

P.S. Questo articolo è stato scritto pochi giorni prima dell'inizio del primo lock down in Italia.

 

DIFENDERSI DALLO STALKING

 

Da alcuni anni la cronaca sta portando alla ribalta un fenomeno in realtà presente da molto più tempo: molestie, minacce e violenze ripetute da un persecutore, nei confronti di una vittima, che definiamo stalking. I casi, tristemente noti al pubblico, dimostrano come tali atti invasivi e offensivi possano diventare anche mortali.

 

Dal 2008, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi europei, lo stalking è diventato in Italia un reato penale. Si tratta di «quei comportamenti ripetuti consistenti in molestie e minacce che creano nella persona offesa e paura per sé o per i propri familiari tali da indurre a modificare il proprio stile di vita in maniera significativa».

 

I dati Istat indicano che nel 70% dei casi si tratta di violenze perpetrate da uomini nei confronti di donne; lo stalking è dunque presente anche da donna a uomo. Le statistiche, quasi a sfatare un mito, indicano che il fenomeno si manifesta solo nel 55% dei casi nell’ambito delle relazioni o ex relazioni sentimentali. Per il resto si registrano frequenti manifestazioni tra inquilini dello stesso condominio, sul posto di lavoro, nelle amicizie adolescenziali, nella vita sociale e persino tra le persone famose, che possono diventare vittime delle ossessioni dei propri fan.

 

Bisogna giustamente fare una precisazione per cogliere quello che, a volte, può essere il confine tra un comportamento dettato da un “normale” desiderio di vicinanza e la ricerca ossessiva di uno stalker.

 

Chi subisce una separazione non voluta è abbastanza normale che nelle prime settimane successive l’evento possa fare delle telefonate, inviare degli sms o cercare la vicinanza della persona che ancora ama per cercare di recuperare la situazione. Ben diversa questione è quando, nonostante il passare del tempo, le telefonate, i messaggi, le richieste di appuntamenti, diventano asfissianti (anche più di 50 al giorno) e minacciosi.

 

Vi sono diverse tipologie di stalker:

 

Il “rifiutato”: colui o colei che ha provato, senza successo, ad avere una relazione con un’altra persona; oppure chi ha effettivamente avuto una relazione reale ed è stato lasciato. I tentativi di vicinanza, sempre più pressanti, esasperanti e minacciosi, sono dettati dal bisogno di avvicinarsi, ma anche dal desiderio di vendicarsi per l’affronto subito.

 

L’”offeso”: in questo caso, ciò che detta ogni atto persecutorio è esclusivamente l’obiettivo di vendicarsi, ma dopo ogni persecuzione messa in atto, il senso di appagamento è solo temporaneo e lo stalker torna a braccare la sua vittima per fargliela pagare ancora più pesantemente, in un circolo vizioso senza fine.

 

Il “corteggiatore incompetente-imbranato”: si tratta di persone con scarse abilità sociali che finiscono con il diventare pesanti ed opprimenti, quasi pretendessero la vicinanza e la disponibilità dell’altro nonostante i propri modi rozzi e goffi di approcciarsi. Sono tipi di stalker che tendono a cambiare con relativa frequenza la propria vittima.

 

Il "ricercatore bisognoso di affetto": persona ancora più sola dal punto di vista relazionale e sociale, incapace di rapportarsi con gli altri, che scambia un piccolo sguardo, un sorriso, una chiacchierata, come un inequivocabile segnale di disponibilità. Si è osservata questa tipologia soprattutto tra gli adolescenti, anche per ottenere una semplice amicizia.

 

Il "predatore": si tratta esclusivamente di uomini il cui intento è avere un rapporto sessuale con la vittima designata. Potrebbero anche apparire come persone per bene, ma hanno una personalità antisociale e sono incapaci di corteggiare o conquistare normalmente una persona. Pianificano il proprio piano, attaccando poi con violenza e a sorpresa. Manifestano con la vittima un linguaggio caratterizzato da estrema volgarità.

 

Lo stalker, dal punto di vista psicologico, manifesta un vero e proprio disturbo ossessivo-paranoico, per cui, nonostante i ripetuti tentativi della vittima di far capire, spiegare e opporre il proprio rifiuto, non ne capisce i suoi comportamenti e le sue motivazioni, anzi, li percepisce come giustificazioni che vengono imposte dall’attuale partner, familiari o amici.

 

Ma concentriamoci adesso su chi è vittima di stalking e a quali strumenti comunicativi può utilizzare per bloccare, con una buona frequenza, questa pericolosa escalation.

 

Chi ne è vittima, di fronte ai continui messaggi, alle telefonate e alle richieste di appuntamenti, pur cercando di tenere duro, spesso finisce con il cedere alle pressioni, rispondendo al proprio persecutore, dicendogli di non voler avere più niente a che fare con lui. Ma dopo ogni manifesta e comunicata presa di distanza da parte della vittima, lo stalker si accanisce ancora di più. Rispondendo quindi alle pressioni comunichiamo in realtà: io cedo alle tue minacce rendendomi disponibile a comunicare con te. Ma ciò apre le porte a nuove richieste ancora più frequenti e ricattatorie. Chi subisce queste violenze nel tentativo di allontanare una volta per tutte il proprio aguzzino, fa proprio ciò che finisce con il legarlo ancora di più a sé.

 

La vittima può all’inizio fare ciò per non ferire l’altro, che potrebbe anche essere stato il proprio partner. Ma con il tempo questa paura si trasforma in panico per se stessi ed i propri familiari, poiché si ricevono inquientanti minacce in tal senso. Nel tentativo di salvare la situazione lo stalkizzato comincia con l’evitare tutte le situazioni in cui potrebbe incontrare il proprio persecutore, cambiando numero di cellulare e le proprie abitudini, finendo con il rinunciare alla propria vita, stando sempre in guardia, sentendosi braccato e osservato e manifestando veri e propri attacchi di panico.

 

Il miglior approccio da adottare è quello di tagliare drasticamente ogni forma di comunicazione. Evitare di rispondere a qualunque messaggio o telefonata, nonostante le pressioni e le minacce ricevute. Interrompere totalmente la comunicazione: questa mossa permette nella maggior parte dei casi, di ridurre la frequenza delle pressioni inopportune fino alla loro estinzione.

 

Evidentemente, essendo lo stalking un reato penale previsto dalla legge italiana, qualora nel tempo ciò non funzionasse, o non funzionasse abbastanza, bisogna ricorrere all’intervento delle autorità competenti denunciando il fatto. Si è stimato che arrivano alla denuncia solo il 20% degli individui vittime di stalking.

 

Ma anche in caso di denuncia bisogna mantenere assolutamente l’approccio del “taglio della comunicazione” al fine di evitare di alimentare il meccanismo mentale ossessivo-paranoico dello stalker, che interpreta ogni risposta manifesta, sia pur di allontanamento, come un segnale di disponibilità alla comunicazione e quindi alla relazione.

 

In terapia si aiuta la vittima di stalking ad uscire dal tunnel mettendo con decisione in atto il taglio comunicativo, valutando anche la possibilità, se ritenuta necessaria, di denunciare il proprio persecutore, qualora non sia già stato fatto. Successivamente si accompagna la persona a riappropriarsi della propria vita e della propria sicurezza personale.

 

 

E’ possibile, anche se meno frequente, aiutare lo stalker, vittima in questo caso di se stesso e delle proprie ossessioni paranoiche, qualora chieda aiuto in prima persona, perché capisce che c’è qualcosa in lui che non va; o magari anche in seguito alle restrizioni poste in atto da un’autorità giudiziaria nei suoi confronti. Si agisce in modo da far sentire alla persona tutto il peso della propria esistenza, bruciata per via dei suoi continui controlli e appostamenti, che fanno soffrire la vittima, ma anche se stessi, poiché si diventa schiavi delle proprie paranoie. Bisogna poi indirizzare la persona a vivere la propria vita, sia a livello individuale che relazionale e sociale, in modo soddisfacente, liberando se stessa e gli altri dai propri fantasmi e persecuzioni.

 

 

AFFRONTARE LO STRESS

 

Giovanni ha vissuto una vita estremamente traumatica: un padre alcolizzato ed una madre disoccupata che ha trascurato la prole. Il padre picchiava la moglie e, dopo le notti passate a bere, comincia a percuotere anche i figli e a molestare le bambine, diventate nel tempo ragazzine. In questo clima terribile giovanni cresce nel terrore, senza regole, abbandonato a se stesso. Incapace da adulto di sostenere una famiglia finisce con l’abbandonarsi a se stesso facendo il barbone. Termina la sua vita in una fredda notte di inverno sotto un misero riparo di cartone.

 

Mario ha un trascorso pressoché identico: una famiglia disgregata, disagiata e molto violenta, poco cibo da mangiare, rimproveri e punizioni violente e immotivate, regole assenti o incomprensibili. Crescendo però diventa un lavoratore, sa cosa significhi attraversare e superare le difficoltà e costruisce nel tempo una grande azienda. Realizza il sogno di avere una sua famiglia e, nonostante le difficoltà,  vive felicemente la propria vita.

 

Indubbiamente ho citato due esempi estremi, ma che mettono bene in evidenza come, a fronte di medesime condizioni, anche estremamente stressanti, esseri umani diversi possono sviluppare reazioni totalmente diverse.

 

Normalmente lo stress si manifesta non solo nella straordinarietà di eventi traumatici, ma anche nella vita di ogni giorno, verso situazioni che percepiamo come pericolose o ansiogene e per le quali ci attiviamo. Il nostro corpo reagisce a livello fisiologico mettendo a disposizione le proprie risorse ed energie, che  possiamo utilizzare al meglio per affrontare e superare gli ostacoli, traendo da ciò esperienze di crescita e di successo. Oppure possiamo buttarci giù tirando i remi in barca, o combattere nel modo sbagliato. Come un cavaliere che si accinge a un duello con una spada spuntata, i propri colpi sono inefficaci e dopo un po’ finisce con il cadere a terra sfinito e senza energie, proprio perché il suo stesso modo di combattere diventa fonte di stress.

 

Come possiamo gestire al meglio tutto ciò e fronteggiare efficacemente lo stress? E’ bene ricordare che noi percepiamo l’energia del nostro corpo attraverso le emozioni.

 

Chi vive uno stato di paura può cercare di gestirla evitando le situazioni che ritiene pericolose. Ciò al momento è tranquillizzante, è come se si dicesse a se stessi: “in fondo l’ho scampata anche questa volta”. Ma se un tale atteggiamento diventa ripetuto e rigido innesca un pericoloso copione comportamentale che struttura ed alimenta proprio la paura che  si cerca di evitare. Se scappiamo da tutte le possibili minacce le ingigantiamo e le rendiamo ancora più reali nella nostra mente. Quanti di noi hanno evitato delle situazioni, ritenendole pericolose e angoscianti, ma poi, dovendosi necessariamente confrontare con esse, si sono resi conto che non erano così terribili come sembravano o che comunque è stato un bene affrontarle? La paura guardata in faccia diventa quindi coraggio, come dicevano gli antichi Sumeri migliaia di anni fa.

 

Riguardo al dolore possiamo tentare un approccio simile. Se di fronte a un lutto, a una perdita o a un dispiacere cerchiamo costantemente di rifiutare le emozioni dolorose cercando di non pensarci o di dimenticarle volontariamente, stiamo alimentando il fiume in piena della nostra emozione. Se solo ci permettessimo di attraversare questa corrente tumultuosa, accogliendo il dolore dentro di noi, accettandolo, elaborandolo senza combatterlo, potremmo finalmente giungere dall’altra parte del guado. Se abbiamo un ferita e mettiamo una garza sopra per non vederla questa sotto continua a marcire e a farci male; medicandola invece con pazienza (anche questo indubbiamente fa male, ma è necessario) essa si rimargina, diventando nel tempo una cicatrice. Non esiste quindi, a livello psicologico, una terapia che elimini le emozioni dolorose, si possono soltanto accettare, in modo che progressivamente decantino. “Cercare di non pensare è già pensare” – si afferma nella saggezza dell’antica Roma.

 

E per la rabbia? Come la si può gestire efficacemente in modo che non si trasformi in uno stress logorante, che magari ci sconquassa lo stomaco? Se con il dolore ho utilizzato l’immagine metaforica della corrente nel fiume, con la rabbia è più utile utilizzare l’immagine di una diga: se accumula troppa acqua finisce con il cedere rovinosamente creando un’ondata di piena devastante. Questo può ripercuotersi irrimediabilmente nelle relazioni con gli altri. Per evitare questa potente rottura dell’argine bisogna allora utilizzare delle valvole di sfogo. Se capiamo che la nostra modalità relazionale principale consiste nell’ingoiare ogni rospo esercitiamoci ad essere più assertivi, affermiamo i nostri bisogni e le nostre esigenze. In questo modo impariamo da noi stessi che non accade nulla di sconvolgente nel rapporto con gli altri, ci auto rassicuriamo ed esprimiamo la nostra emozione in modo sano ed equilibrato.

 

 

Mi piace terminare questo articolo con una citazione di Aldous Huxley, studioso che ben conosceva l’animo umano: la realtà non è ciò che ci accade, ma quello che noi facciamo con quello che ci accade.

 

 

"IO PENSO POSITIVO"

(vantaggi e svantaggi del pensiero positivo)

 

          Il pensiero positivo è una sorta di filosofia pratica che mira a modellare la mente verso uno stato di positività, teso a eliminare i pensieri negativi, per modificare gli atteggiamenti e i comportamenti della persona. Non sta a me illustrare nei particolari tale forma di meditazione guidata, ci sono tanti fautori che ne illustrano le tecniche e, secondo il loro punto di vista, le utili applicazioni.

 

        In questo articolo esprimo invece il mio punto di vista riguardo i tentativi volontari delle persone di modificare positivamente i propri pensieri.

 

        La pratica clinica, condotta su migliaia di casi, riguardanti problematiche umane invalidanti, dimostra il più delle volte come le conseguenze di questo tipo di approccio possano essere non solo non terapeutiche, ma assolutamente nefaste.

 

         Consideriamo una situazione che sicuramente ognuno di noi ha vissuto, ad esempio di un qualche conoscente che si lagna della propria vita e della propria condizione. In genere la prima cosa che cerchiamo di fare in questi casi è quella di fornire rassicurazioni: “Forza, tirati su; non ci pensare; pensa a quant'è bello il mondo; non vedi che ci sono tante persone più sfortunate di te?”. A volte tale forma comunicativa può portare buoni frutti: magari il nostro amico aveva solo bisogno di sentirsi incitato ad andare avanti. Più frequentemente la persona si mostrerà momentaneamente sollevata dal nostro intervento, in fondo c'è qualcuno che si sta prendendo cura di lei, per poi ripiombare nella desolazione più profonda.

 

       Spesso infatti, a seguito delle nostre rassicurazioni, la persona non mostra alcuna forma di miglioramento: noi cerchiamo di far capire con la ragionevolezza qualcosa che lei invece sente con le emozioni e, più proponiamo esempi positivi, più il nostro interlocutore tende a deprimersi perché non riesce a percepire le cose secondo la nostra prospettiva: vede tutto nero.

 

       Tutti quanti abbiamo sperimentato una situazione del genere. Sappiamo bene che consolare un “professionista della lamentela” porta solo ad altre lamentele, tuttavia preferiamo mettere in pratica una strategia che si rivela sovente fallimentare.

 

E quando siamo noi stessi a sforzarci di pensare in positivo?

 

Attenzione, il confine tra auto-rassicurazione e auto-scoraggiamento è molto labile.

 

       Può capitare che ci sentiamo incapaci di affrontare qualcosa in cui, effettivamente, non abbiamo mai ottenuto grandi risultati. Allora cerchiamo di illuderci che tutto andrà bene, che faremo una performance ottima, nella convinzione che i nostri pensieri modificheranno positivamente le nostre prestazioni. Purtroppo spesso i risultati non si rivelano come avremmo sperato, ma la delusione è però più grande: la sconfitta è doppia. Non solo siamo rimasti ai nostri usuali standard, ma adesso ne siamo ancora più scontenti, perché abbiamo immaginato alte e splendide vette, ottenendo solo modeste pianure.

 

       Proprio questa grande differenza tra ciò che abbiamo immaginato volontariamente e ciò che abbiamo ottenuto ci rende frustrati, abbattendoci ancora di più. Magari in un'altra occasione cercheremo ancora di auto-convincerci che saremo perfetti, ma incorreremo in un'ennesima delusione: proprio come un serpente che si morde la coda finendo con il fagocitare se stesso.

 

        Il pensiero positivo è allora sempre e comunque un disastro? Assolutamente no, ma considerando i giusti casi. Chi è abituato a svolgere eccellenti performance in qualche ambito della propria vita riferisce spesso di immaginarsi tutte le scene positive di come riuscirà a raggiungere i propri obiettivi. Ma c'è un importante differenza rispetto agli esempi sopra citati: chi è già in grado di conseguire ottime prestazioni, ha vissuto e consolidato nel tempo il proprio senso positivo di efficacia. Le persone abituate ai successi, frutto delle loro capacità, sanno bene come l'auto incitarsi porti ad essere ancora più motivati, incrementando i propri risultati. Ma hanno già sviluppato da prima la fiducia nelle proprie risorse, che si sono manifestate in tante situazioni concrete.

 

        Il grande campione di pugilato Muhammad Ali era famoso per essersi sempre dichiarato sicuro, in modo sprezzante, della vittoria sui suoi avversari. Queste asserzioni non erano il frutto di sforzi volontari di pensiero, ma scaturivano dalla fiducia nelle proprie reali e comprovate capacità, che finivano con l'alimentarsi ulteriormente grazie al suo atteggiamento, spontaneamente positivo, verso la vittoria.

 

      In questo modo intendiamo bene come invece di forzarci in “fantasticherie” positive su di noi, è necessario ottenere prima tanti piccoli risultati concreti, un passo alla volta. Dopo aver sperimentato e vissuto sulla nostra pelle tante piccole vittorie (e necessariamente anche delle sconfitte), saremo in grado di sviluppare spontaneamente, e non forzatamente, un atteggiamento mentale positivo, che incrementerà ancora di più le nostre prestazioni. Al contrario otterremo soltanto disastri.

 

        A conclusione di questo articolo cito un semplice e lineare aforisma di John Weakland, che sintetizza il corretto atteggiamento mentale verso i nostri obiettivi: Ogni cosa conduce ad un'altra cosa, che conduce ad un'altra cosa... Se ti concentri sul fare la più piccola, e poi la successiva e così via, ti troverai a fare grandi cose, avendo fatto solo piccole cose.

 

 

LA "PROSTITUZIONE RELAZIONALE"

 

Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. Aristotele

 

        Ciò che otteniamo dipende dalla nostra comunicazione. Non possiamo gestire completamente gli altri, anzi, decenni di ricerche psicologiche dimostrano che non siamo nemmeno in grado di controllare interamente noi stessi. Ma nonostante tutto influenziamo il nostro essere e gli altri attraverso la nostra comunicazione, le nostre scelte, i nostri comportamenti.

 

        Il termine “prostituta relazione” (utilizzabile senz'altro anche al maschile) è stato coniato dal Prof. Giorgio Nardone ed è apparso per la prima volta nel libro: Psicosoluzioni (edizioni Bur, Milano). Si tratta di un'espressione volutamente provocatoria, che esprime le conseguenze di un atteggiamento comunicativo eccessivamente “altruista”.

 

        Ognuno di noi sa come accattivarsi il rispetto e la simpatia degli altri dispensando alcuni favori. Si tratta di una modalità molto comune: il ragazzo che esprime un apprezzamento ad una ragazza carina, l'alunno che aiuta il professore che chiede una cortesia, la persona che aiuta il proprio vicino rimasto senza un ingrediente per cucinare, sono tutti esempi in cui, sostenendo l'altro, otteniamo approvazione e riconoscenza.

 

Ma ogni scelta comunicativa ripetuta in modo costante ed esclusivo

finisce con il ritorcersi contro la persona che la mette in atto.

 

        In una società in cui si strombazza giornalmente l'egoismo dell'umanità vi sono diversi individui che, in modo costante, sacrificano se stessi, mettendo al primo posto i bisogni degli altri, sviluppando un marcato senso di frustrazione. Ciò avviene perché, a differenza di quanto si crede, aiutare gli altri costantemente non genera comportamenti che tendono a ricambiarne i favori, ma al contrario, produce nuove richieste di agevolazioni, percepite ormai quasi come un diritto.

 

        La “prostituta relazionale” è quella persona che, per sentirsi apprezzata, antepone i bisogni altrui ai propri, ma nel tempo questa strategia la fa sentire ancora più sola, perché pensa dentro di sé: se gli altri conoscessero quello che sono realmente, invece di ciò che mi sforzo di apparire, non mi apprezzerebbero.

 

        Un amico che mi sostiene è un supporto gratificante, ma ognuno di noi sa che è tutta un'altra cosa avere a che fare con una persona che è sempre accondiscendente, fino ad annullare se stessa: dove andiamo stasera? - fai tu, per me è lo stesso; preferisci questa o quella cosa? - fai tu, mi piace quello che decidi. Sembrano individui senza spina dorsale; in realtà si sono letteralmente “abituati” ad utilizzare una strategia comunicativa, all'inizio efficace, ma che, irrigidendosi su se stessa, assorbe la propria identità.

 

        La credenza distorta che la persona costruisce è quindi: se la gente conoscesse chi sono realmente non mi apprezzerebbe. Il risultato è allora lanciarsi ancora di più nella gratificazione altrui, sentendosi di conseguenza ancora più frustrati.

 

        Bisogna quindi rompere questa rigida interazione comunicativa complementare: l'individuo deve cominciare ad assumere delle piccole e controllate posizioni comunicative simmetriche: in pratica avviarsi ad affermare i propri bisogni. Ciò va fatto all'inizio in modo minimo, ma fa sperimentare che gli altri non ci disprezzano per le nostre nuove piccole scelte, anzi, cominciano a compiacersene.

 

        Nei casi più strutturati del problema si agisce in terapia proprio utilizzando questa modalità. Ciò che si indica alla persona è: "comincia con lo scegliere di dire di no ad una piccola richiesta che ti sarà fatta, dovrà essere un piccolo rifiuto ad un favore minimo. Quando avrai individuato la situazione rispondi semplicemente - "vorrei, ma non posso -”.

 

        Un semplice piccolo rifiuto, ripetuto ogni giorno in situazioni diverse, e che verrà prescritto successivamente in modo sempre più assertivo, è come una valanga che diventa una forza inarrestabile; fa sperimentare concretamente la sensazione di padroneggiare la propria vita, ma sopratutto crea una nuova credenza: gli altri mi accettano per quello che sono, anche quando metto al primo posto i miei bisogni.

 

        Anche in questo caso, un problema che può durare anche diversi anni, si supera nel giro di pochi mesi, occorre individuare e ribaltare la sequenza comunicativa che la persona, sia pur con le migliori intenzioni, mette in atto automaticamente.

 

 

I CAPRICCI DEI BAMBINI

 

Non capisco come comportarmi con mio figlio. Quando fa qualcosa che non dovrebbe fare mi metto lì a spiegargli che non si fa, che è pericolosa, che è segno di cattiva educazione, che non va bene che si faccia alla sua età, etc. Ma questo lo indispone, lo innervosisce, mi risponde male mancandomi di rispetto e magari per ripicca si mette a fare di proposito proprio quella cosa!”.

 

Ho sentito spesso genitori esasperati, esclamare impotenti frasi come queste.

 

Le intenzioni sono buone: mio figlio deve imparare l'educazione e i giusti comportamenti, quindi mi metto lì a spiegargli i motivi e i perché delle buone maniere, credendo che in questo modo sarà capace di fare meglio successivamente.

 

Purtroppo spesso non avviene così, ma si continua a perseverare utilizzando la stessa strategia, che ha portato scarsi o nulli risultati, nella convinzione che spiegando meglio le proprie ragioni il bambino arriverà a convincersi e a rimediare ai propri errori.

 

Educare i propri figli servendosi della ragione e del convincimento può essere un buon metodo. Ma ogni buona soluzione, portata all'eccesso, rischia di diventare ciò che peggiora la situazione, strutturando un nuovo problema.

 

Nel tentativo di far comprendere le ragioni delle nostre decisioni educative pretendiamo che bambini di 5, 7 o 10 anni siano alla pari del nostro livello intellettuale. Pensiamo che tutto debba sempre partire dal convincimento del piccolo, spiegando in continuazione i motivi dei nostri divieti. Finiamo con il giocare un tiro alla fune senza fine, adducendo motivazioni logiche e razionali, che vengono facilmente aggirate dal bambino: “non mi piace, non mi interessa”; sono le risposte che ci sentiamo dire (quando ci va bene).

 

Tutti i medici sanno quanto il fumo faccia male. Conoscono le radiografie dei polmoni dei fumatori e quanto i loro apparati respiratori siano neri per via del fumo inspirato. Hanno ben presente il rischio di malattie, anche molto gravi, che possono essere connesse al fumo. Eppure alcuni dottori fumano! La conoscenza logica delle cose non sempre guida l'agire degli esseri umani, anzi... Tutto ciò accade agli adulti, ma noi pretendiamo che i bambini debbano imparare l'educazione per convincimento.

 

Siamo portati a pensare che un bambino, già a pochi anni di vita, sia in grado di decidere e capire cosa sia meglio per lui; o faccia le cose perché convinto dalle nostre argomentazioni. Questa purtroppo è solo una pia illusione! Quante volte noi stessi capiamo di sbagliare a comportarci in un certo modo ma, nonostante tutto, non riusciamo a fare diversamente?

 

Qualunque ruolo educativo consiste nel porsi uno scalino al di sopra rispetto all'educato, essendo un esempio coerente e mostrando i comportamenti e gli atteggiamenti da seguire: bisogna dare delle regole. I genitori danno regole, non consigli. I consigli si possono accettare o mettere da parte senza problemi. Trasgredire una regola comporta una sanzione, altrimenti non si può parlare di regola.

 

Spesso invece, quando un figlio disubbidisce, ce ne lamentiamo direttamente con lui, e cerchiamo di convincerlo che deve ubbidire per il suo bene. Ma ancora più sovente, davanti al suo impuntarsi, finiamo con il cedere alle sue richieste e a fargli passare ciò che sta facendo. Magari poi, per ripicca, il bambino si mette a fare volontariamente proprio ciò che è vietato, mettendoci completamente a disagio e facendoci sentire sconfitti.

 

La buona medicina della ragionevolezza, portata nei suoi estremi eccessi, genera un nuovo problema.

 

E' la dose che fa la medicina,

è la dose che fa il veleno.

 

Do allora delle indicazioni pratiche a chi, leggendo questo articolo, si sia accorto che la strategia educativa del convincimento a tutti i costi non sta portando i successi sperati:

 

1) Evitare di giocare un infinito “tiro alla fune della persuasione”. Le cose che riteniamo importanti si dicono una volta, poi si mettono in pratica, superando le ovvie resistenze del piccolo.

 

2) Spiegare il perché delle cose può andare bene, ma bisogna evitare di pretendere che vadano fatte per convincimento, o lamentarci con il bambino stesso che non capisce che è per il suo bene.

 

3) Avere la pazienza di aspettare qualche settimana per sperimentare concretamente gli effetti della nuova strategia, per poi, eventualmente, aggiustare il tiro.

 

4) Tenere presente che non potremo realizzare tutti i desideri che abbiamo per i nostri figli. Se in alcune cose non riusciamo a ottenere i risultati che vorremmo, evitiamo di rinfacciargliele.

 

Nei casi in cui le difficoltà siano strutturate come veri e propri problemi il consulto diretto con un professionista preparato nel settore può sbloccare rapidamente la situazione.

 

         Nel mio approccio terapeutico, finalizzato alla risoluzione di tali problematiche, generalmente bastano 5-6 sedute, diluite nel tempo, per risolvere la situazione. Il successo terapeutico avviene in oltre l'80% dei casi e, particolare importante, non si richiede la presenza diretta del bambino, che evita così di sentirsi etichettato come un “caso patologico” (spesso una profezia realizza se stessa).

 

         Punto quindi a risolvere il problema coinvolgendo essenzialmente le figure adulte di riferimento che si prendono cura del piccolo.    

 

 

 

LE TENTATE SOLUZIONI

 

“Prima solleviamo la polvere 

e poi diciamo di non poter vedere”

Berkeley

  

Una madre ha il sospetto che suo figlio piccolo sia cagionevole di salute: lo copre in continuazione e ripara da ogni spiffero di vento. Nonostante tutto, un giorno, il bambino prende il raffreddore:

"avevo ragione - pensa - mio figlio è fragile di salute".

 

          Aumenta ancora di più le precauzioni. Abbigliamento stile "fagotto" nelle uscite, che avvengono solo in caso di estrema necessità.  E a casa? Finestre rigorosamente chiuse e riscaldamento a palla. Dopo un po’ il bambino prende la bronchite...

 

          Con il passare del tempo il figlioletto, sempre rinchiuso in casa, si fa più pallido e debole:

"mio figlio ha seri problemi di salute, devo proteggerlo meglio!”

 

La donna aumenta ulteriormente gli accorgimenti protettivi...

 

La domanda che pongo è:

 

          Un bambino che non è quasi mai a contatto con agenti patogeni, svilupperà in modo sano e naturale il proprio sistema immunitario?

La risposta appare subito chiara, ma purtroppo non lo è per questa madre che, dal suo punto di vista, ha perfettamente ragione, poiché pensa:

bambino malato = accorgimenti e precauzioni da prendere.

 

 

E' evidente che questa strategia è la più opportuna quando il proprio figlio sta male, ma successivamente?

 

 

          Quella che originariamente era una buona soluzione, diventa  ciò che alimenta ed amplifica il problema, che è stato letteralmente creato dall'ansia della madre.

 

E per quanto riguarda i miei problemi?

Io le ho veramente provate tutte!

 

I nostri blocchi sono in stretta relazione con ciò che tentiamo di fare per risolverli

 

Tutto ciò è paradossale ma è proprio quello che è stato osservato e verificato scientificamente presso il Mental Research Institute di Palo Alto.

 

COSA FARE

 

                  Non tutti i problemi necessitano di un intervento specialistico per essere risolti. A volte basta semplicemente interrompere i propri tentativi di soluzione per accorgersi che, apparentemente in modo inspiegabile, si risolvono.

 

Se non sei in grado di individuare le tue strategie disfunzionali o le hai individuate, ma nonostante tutto, continui a metterle in atto, affidati ad uno psicoterapeuta preparato.

 

 

Attraverso un’indagine specialistica e domande mirate ti accompagnerà a cambiare ciò che non funziona, portandoti a utilizzare al meglio le tue capacità.

 

 

"L’intelligenza non è non commettere errori, ma scoprire il modo di trarne profitto"

B. Brecht

 

 

LA POTENZA E' NULLA SENZA CONTROLLO

i “malati” del controllo

 

   Gli esseri umani hanno un importante vantaggio rispetto agli animali: il pensiero cosciente. Grazie all'intelligenza, alle capacità logiche, alla memoria, all'apprendimento e a una serie di abilità “superiori”, gli uomini hanno raggiunto livelli di conoscenza e coscienza assolutamente imparagonabili rispetto a qualunque altro essere vivente. Possiamo riflettere su qualunque cosa, meditare, fare propositi per migliorarci, attuare strategie per raggiungere il successo e perseguire i nostri traguardi.

 

      Ma a volte la coscienza si scontra con il nostro agire pratico, causando veri e propri disastri...

 

   Un giorno una formica, incontrando un millepiedi, chiese stupita: “Come fai a muovere in modo così preciso e armonioso ogni singolo piede in successione, riuscendo a procedere così meravigliosamente?”. Il millepiedi ci pensò su qualche secondo e... rimase paralizzato!

 

    Se il millepiedi procede naturalmente tutto fila liscio, se si sofferma a pensare a ciò che sta facendo si blocca! La coscienza va utilizzata per pianificare un'azione e per poi valutarne gli esiti. Ma durante l'azione stessa deve essere messa da parte! Proviamo ad immaginare un tuffatore che, trovandosi in aria, nel mezzo di una complicata esecuzione, cominci a pensare: “adesso avvito il bacino di 20 gradi, mentre nel frattempo inarco la testa indietro puntando le mani verso l'acqua”. Il tuffo risulterebbe a dir poco disastroso, poiché guastato nella fluidità della sua azione dall'intervento indebito della coscienza.

 

    L'esempio è palese fino all'ovvietà, ma è proprio quello che ci succede sovente nella vita di tutti i giorni. Arriviamo anche ad evitare di esporci nelle situazioni a noi poco conosciute perché vogliamo prima essere sicuri di poterle affrontarle. Spesso ci documentiamo su argomenti o ci iscriviamo in corsi di tutti i tipi: formativi, educativi, sportivi, di lingue, di ballo, sulla sessualità e chi più ne ha più ne metta, perché ci illudiamo di potere affrontare le difficoltà ancora prima di incontrarle.

 

    Naturalmente l'apprendimento cosciente è estremamente prezioso. E' lo strumento grazie al quale incrementiamo le nostre abilità, sviluppandole al massimo. Ma quando il controllo diventa assoluto su tutto ciò che facciamo ci “ammaliamo” di “troppa coscienza”. Cerchiamo di controllare ogni nostro pensiero o comportamento continuamente, provocando un colossale corto circuito: la situazione ci sfugge di mano. Ma il paradosso è che cerchiamo di recuperare il controllo coscientemente, alimentando così il circuito negativo.

 

    Pensiamo ad una situazione in cui ci siamo sentiti a disagio, ma abbiamo cercato di nasconderlo agli altri. Abbiamo notato in noi delle vampate di calore, il cuore che batte velocemente, le nostre mani sudare. Tanti manuali sul controllo di sé suggerirebbero di pensare ad altro, di calmarci e rilassarci. E' proprio quello che spesso cerchiamo di fare: in situazioni del genere molto spesso abbiamo cercato di rassicurarci, di distrarci, di controllare coscientemente le nostre reazioni. Purtroppo, non riuscendovi, abbiamo alimentato la nostra ansia: adesso il respiro si fa più affannoso, lo sguardo non sa dove posarsi, la voce è rotta dall'ansia. Nel tentativo di prendere il controllo della situazione, finiamo quindi con il perderlo ancora di più.

 

    Qualche anno fa acquistai un manuale, scritto da un monaco tibetano, per acquisire un livello “superiore” di consapevolezza. Dopo le prime 50 pagine mi accorsi però che per raggiungere gli entusiasmanti traguardi promessi ci sarebbero voluti, a detta dell'autore, almeno dieci anni di tempo: preferii allora tenermi la mia solita coscienza “inferiore”, interrompendo la lettura del testo. 

 

   Il fatto è che un monaco tibetano può avere il tempo e gli spazi adatti per raggiungere tali livelli di consapevolezza, ma vivendo fuori dal mondo! Non è detto che chiunque ci possa riuscire, serve veramente tanto tempo e impegno! La danzatrice classica che riesce volontariamente a controllare ogni singolo muscolo ha raggiunto questo traguardo al costo di anni di costante e duro sacrificio, dopo migliaia e migliaia di ore di allenamento.

 

   Al giorno di oggi pretendiamo spesso da noi stessi il voler essere perfetti in tutto. Cerchiamo di tenere sotto controllo ogni singolo aspetto della nostra vita. Vogliamo essere sicuri di essere ottimi genitori, ottimi insegnanti, ottimi partner, ottimi sportivi, ottimi in tutto. Nel desiderio utopistico di volere il meglio, spesso otteniamo la mediocrità, frustandoci per i nostri insuccessi, ma puntando di nuovo sulla solita strategia. “Se non sono riuscito come volevo in fondo non sono stato tanto bravo a cercare il controllo”, e torniamo a spron battuto a battere la strada della perfezione cosciente.

 

   Non solo coscienza quindi, ma anche spontaneità, mettersi in gioco, imparare dall'esperienza pratica, abbandonando di tanto in tanto il mondo perfetto delle idee.

 

    La potenza è nulla senza controllo e, aggiungo io, il controllo è nulla senza tutto il resto.

 

 

Davide Norrito - Psicologo e Psicoterapeuta - ricevo a Trapani

Iscritto all'Ordine degli Psicologi della regione Sicilia al n° 4735