In questa pagina:

 

* L'anoressia: come funziona il problema?

La bulimia: una migliore definizione

* Dieta o non dieta?

* Abbuffarsi compulsivamente: il Binge Eating

* Mangiare per vomitare: il vomitig

 

 

L'ANORESSIA

 

L'anoressia è uno dei disturbi alimentari più importanti del nostro tempo. Può iniziare a manifestarsi anche in età molto precoce; in questo ultimo decennio si sono osservate fasi di esordio che partono fin dai 10-11 anni. Interessa sopratutto le donne, anche se si riscontrano sempre più frequentemente delle eccezioni al maschile. Le cause scatenanti possono essere molteplici e la loro consapevolezza portano raramente la persona a sbloccarsi da sola. Molto più pregnante è invece conoscere il modo in cui si struttura tale patologia e quali sono le sue dinamiche di persistenza, poiché in questo modo si è sviluppato un metodo terapeutico che ha dimostrato una efficacia ed efficienza risolutiva del disturbo molto alta.

 

Alla base del problema vi è un forte dimagrimento. Come già detto, per i motivi più disparati, la persona dimagrisce progressivamente, fino a raggiungere e superare una certa soglia di pericolo. Il corpo reagisce difendendosi e producendo al suo interno delle neurotossine eccitatorie che conferiscono una sensazione di energia ed eccitabilità. Qui sta il primo paradosso delle anoressiche, a fronte di una sempre minore introduzione di cibo, sentono al proprio interno una energia instancabile. Di fatto molte di esse sono dei soggetti attivi, irrefrenabili, che non si fermano un istante.

 

Un altro particolare effetto che si manifesta in chi soffre di anoressia è l'anestesia emotiva. Attraverso il controllo ossessivo e compulsivo sul cibo, drammaticamente ben riuscito, queste ragazze si isolano emotivamente dal mondo. Costruiscono una corazza che le anestetizza dagli altri e dalle delusioni, ma che purtroppo, nel tempo, le imprigiona ancora di più dentro le proprie ossessioni. Le anoressiche finiscono con il rinunciare a tutto, con il bruciare se stesse e la propria vita, ma paradossalmente si sentono protette da ciò, proprio grazie al loro controllo ben riuscito sull'alimentazione, che le porta a non sentire le proprie sensazioni e a non avere paura.

 

Un altro importante sintomo è la dispercezione corporea: davanti allo specchio si vedono grasse, anzi, più dimagriscono e più incrementano la percezione di avere il ventre prominente, di essere gonfie. Naturalmente, agli occhi di un profano, tutto ciò appare incomprensibile, ma fa parte della dinamica della patologia.

 

E' poi risaputo l'effetto fisiologico che il dimagrimento produce sulle donne, perdita della fertilità e della femminilità con conseguente blocco mestruale.

 

Capiamo bene allora che, così come per tutti i disturbi ossessivi e ossessivo compulsivi, i tentativi di soluzioni basati sul convincimento (“tu non sei grassa...”, “devi mangiare se no morirai...”), sull'educazione alimentare (“devi assumere queste sostanze per sostenere il tuo corpo...”), sull'alimentazione forzata col sondino, sulle cliniche per anoressiche e i gruppi di auto aiuto (in cui molto spesso queste ragazze imparano tra di loro nuovi comportamenti patologici, come il vomitare, tagliarsi, etc) si rivelano spesso delle soluzioni palliative o, nel tempo, addirittura amplificatrici del problema.

 

Come già detto, il disturbo può strutturasi fin dalla prima adolescenza e perdurare nella giovane età adulta, generalmente fino a circa i quarantanni. La terapia breve strategica possiede dei protocolli di trattamento specifici per le due condizioni: uno, da utilizzare nel caso di anoressia giovanile, generalmente adolescenti fino alla maggiore età; ed un secondo per le anoressie consolidate, in cui siano presenti circa dieci anni di malattia.

 

Nel tipo “adolescenziale”, oltre che la ragazza, è molto importante coinvolgere in terapia i suoi genitori, poiché, attraverso strategie mirate, si utilizza anche il loro supporto per interrompere la spirale patologica della malattia, aiutando la figlia ad uscire fuori dal tunnel. Si tratta di terapie il cui grado di efficacia supera l'80% di successo.

 

Nel tipo “adulto” si lavora direttamente con la donna “esperta” anoressica, che nel tempo ha costruito attorno a sé un vero e proprio deserto emotivo, isolandosi dal mondo e allontanandosi dalla propria vita e dalle proprie responsabilità. Anche in questo caso la terapia strategica si rivela estremamente efficace, con risultati che si consolidano tra il 70 e l'80% di riuscita.

 

Trattandosi di un controllo compulsivo sul cibo l'elemento centrale delle due terapie consiste proprio nel rompere dolcemente e gradatamente i rigidi controlli alimentari, concedendosi gradualmente il piacere in ogni ambito della propria vita. Ciò diventa per la paziente come una sorta di cambiamento ad effetto valanga: comincia con lo spingere piano piano una piccola palla di neve, per poi accorgersi che è diventata una valanga inarrestabile che travolge definitivamente il problema.

 

Alcuni indicatori che evidenziano lo sblocco di tale condizione patologica sono:

 

* ritrovare la propria femminilità, acquistando un certo peso e curando se stesse, queste ragazze recuperano il normale ciclo mestruale;

 

* recuperare la propria vera immagine corporea. Paradossalmente, dopo l'aumento graduale di peso in terapia, la paziente, guardandosi allo specchio, non si vede più grassa, ma eccessivamente magra. Questo è il segno che la terapia è a buon punto, che sono cadute le lenti dispercettive della malattia, e che il percorso di guarigione ha preso una svolta decisiva.

 

L'anoressia è una patologia importante e rigidamente strutturata, ma anche in questo caso, scalfendo e minando la matrice ossessiva del problema, portando la persona a rompere il proprio controllo alimentare, concedendosi sempre di più il piacere, la dinamica di persistenza della malattia si rompe velocemente, e la persona si riappropria del proprio corpo e della propria vita.

 

 

 

MANGIARE PER VOMITARE:

IL VOMITING

 

Nel piacere dei sensi il disgusto confina con il godimento,

Sir Francis Bacon 

 

Il vomiting è un disturbo alimentare ossessivo compulsivo che consiste nell'ingurgitare e vomitare, più volte al giorno, grandi quantità di cibo. Erroneamente nel manuale diagnostico dei disturbi psichici viene classificato come anoressia o bulimia con condotte di eliminazione. In realtà, così come ampiamente dimostrato su migliaia di casi clinici dalla ricerca intervento del Prof. Giorgio Nardone, si tratta di una patologia a se stante, che si struttura in modo completamente diverso dall'anoressia e dalla bulimia. Vediamo dunque di che si tratta.

 

La ragazza (il disturbo è praticamente assente al maschile) è ossessionata per la propria linea. Cerca di attuare un controllo sull' alimentazione che può sfociare in tentativi di diete, che possono raggiungere anche fasi anoressiche. A un certo punto, spesso anche su suggerimento di altre amiche con disturbi alimentari, non riuscendo a rinunciare al piacere di mangiare, comincia a vomitare volontariamente ciò che ingerisce. La soluzione apparentemente funziona. Il peso sembra controllato, il piacere del cibo è concesso e le cose sembrano andare bene. Ma purtroppo il risvolto della medaglia fa pagare un prezzo molto alto.

 

Per prima cosa, con il passare del tempo, mangiare e vomitare ripetutamente prende un'inaspettata connotazione. Questo rituale ossessivo compulsivo di controllo sul cibo, basato inizialmente sulla paura di prendere peso, se reiterato, assume un aspetto sempre più piacevole, diventando il piacere più grande nella vita della ragazza.

 

Il fisiologo tedesco Henri Laborit ha dimostrato infatti che: "Un qualsiasi comportamento ripetuto nel tempo può assumere per la persona una forma di compiacimento". Lo stesso filosofo greco Epicuro, famoso edonista per la sua etica del piacere, alternava a giornate di digiuno a pane e acqua, giornate di cibo sfrenato che vomitava puntualmente. 

 

Nel tempo il problema si struttura in un modo così rigido che queste ragazze cominciano con il rinunciare a interi pezzi della propria vita. Diventano incapaci di provare il piacere sessuale orgasmico, proprio perché sostituito dalla loro compulsione alimentare che assorbe l'intera giornata. Il pensiero di abbuffarsi, mangiare in pochi minuti anche un intero pacco di biscotti, per poi correre in bagno e vomitare tutto, diventa l'attività più importante della giornata. La patologia può durare anche diversi anni. All'inizio per procurarsi il vomito ricorrono alla strategia delle dita in gola, ma le ragazze più esperte, divenute nel frattempo donne mature, riescono anche a vomitare automaticamente con una veloce contrazione dell'addome.

 

Nel primo periodo si attraversa una fase che potremmo definire “luna di miele” con il problema. La ragazza è presa da veri e propri raptus, paragonabili ad un'intensa attività erotica, una sorta di fuga con il proprio “amante segreto”. Con il passare degli anni, trovandosi in mezzo al deserto della propria patologia, avendo rinunciato a tutto nella propria vita, la donna, sia pur con minore entusiasmo, continua comunque a mangiare e vomitare ripetutamente. Si rende conto che la propria compulsione è altamente controproducente, ma non riesce a fare altrimenti.

 

In questa spirale patogena possono svolgere un ruolo importante anche i familiari di queste ragazze che, cercando di limitare le abbuffate e vomitate della figlia, possono arrivare a chiudere a chiave la credenza o a nascondere il cibo. Ma purtroppo ciò alimenta ancora di più il problema: in questo modo mangiare per vomitare diventa ancora più piacevole, poiché vietato, e quindi estremamente trasgressivo.

 

Da un punto di vista psicologico il risultato è quindi: terra bruciata intorno a sé, rinuncia graduale a tutti i piaceri della propria vita, anche se possono insorgere altri rituali patologici piacevoli come lo shopping compulsivo o il self harming (quelle persone che si procurano volontariamente dei tagli sul proprio corpo).

 

La prospettiva della salute fisica purtroppo non è per niente migliore. L'aspetto diventa sempre più emaciato, le occhiaie marcate e lo sguardo sempre più perso nel vuoto. I denti, i capelli, la pelle e gli organi interni risentono fortemente della deprivazione alimentare. L'organismo cerca di adattarsi, prova ad assimilare in quel brevissimo tempo di latenza tra il mangiare e vomitare le sostanze nutritive che gli necessitano, ma in tale deprivazione assorbe anche quelle componenti del cibo che normalmente la nostra digestione scarterebbe. Il corpo si sostiene quindi con poco, e quel poco è costituito sopratutto da “scarti” alimentari.

 

Questo disturbo, che come sopra detto viene erroneamente scambiato dai più come anoressia o bulimia con condotte di eliminazione, costituisce statisticamente la maggioranza dei disturbi alimentari con oltre il 60% della casistica.

 

La terapia strategica breve ha formulato degli specifici protocolli di trattamento per questa problematica, che si differenziano per il grado e lo stato della persona affetta da vomiting. Vi sono dunque tre protocolli di intervento:

 

   * Per le vomitatrici inconsapevoli: sono spesso donne rigide e moraliste, o ragazzine che non si rendono ancora conto che il proprio rituale ha assunto delle connotazioni di piacere trasgressivo e perverso;

 

   * Per le vomitatrici consapevoli ma pentite: sono donne con diversi anni di patologia alle spalle, che si rendono conto di aver creato un deserto attorno a sé, ma che non riescono a rinunciare al proprio rituale;

 

   * Per le vomitatrici consapevoli e compiaciute: sono quelle ragazze che si trovano in fase “luna di miele” con la propria compulsione, magari a parole possono dichiararsi volenterose di cambiare, ma in realtà non vogliono rinunciare a quello che è diventato il loro piacere più grande.

 

In tutti e tre i casi, con le dovute differenze, l'intervento strategico, alleandosi con la paziente, destruttura il rituale, rendendolo sempre meno importante e necessario, fino ad annullarsi su se stesso, recuperando gli aspetti della vita reale della ragazza, cui aveva precedentemente rinunciato.

 

Anche in questa terapia la percentuale di successo si dimostra molto alta: l'efficacia risolutiva del disturbo e il raggiungimento del risultato nel breve tempo si attesta sopra l'80% dei casi.

 

 

 

ABBUFFARSI COMPULSIVAMENTE:

IL BINGE EATING

 

Il binge eating è un disturbo alimentare che consiste in grandi abbuffate di cibo, alternate a giornate di deprivazione alimentare. Il problema si struttura progressivamente e può raggiungere nel tempo la frequenza di una o più abbuffate giornaliere.

 

All'inizio la persona, attenta alla propria linea ed al proprio peso si dedica, così come fanno in molti, ad un rigido regime alimentare. Diminuisce sempre più il cibo, con l'entusiasmo del rapido decremento del peso nei primi giorni, ma può accadere che, sfinita dalle sue stesse, esagerate restrizioni, ceda improvvisamente, mangiando senza freni e cadendo in una colossale abbuffata.

 

A questo punto può entrare in gioco il meccanismo perverso: l'individuo, preso dai sensi di colpa per l'abbuffata, cerca di correre subito ai ripari, restringendo ancora di più il proprio regime alimentare, proprio per far fronte alla precedente, totale, perdita di controllo. Ma puntualmente, dopo pochi giorni, il desiderio di cibo diventa così intenso che cede miserevolmente, abbandonandosi ad una nuova, più grande abbuffata. Torna allora il vecchio pensiero: “visto che mi sono strafogato, devo recuperare, mangiando ancora di meno...”. Di fatto questi soggetti sono capaci di avere importanti oscillazioni nel proprio peso corporeo nell'arco di pochi giorni.

 

Ma è ormai evidente al lettore che, arrivando nei casi estremi, a non mangiare praticamente niente, la persona si abbuffa più frequentemente, anche giornalmente, proprio per via delle estenuanti deprivazioni alimentari cui si sottopone.

 

A tutto ciò è stato clinicamente osservato, con una certa frequenza, un'ulteriore problematica che acuisce il problema: una smodata attività fisica, finalizzata a bruciare il più possibile le calorie incamerate. A parte il fatto che, sottoporre il proprio corpo ad allenamenti giornalieri estenuanti di diverse ore non fa di certo bene; il troppo fitness velocizza esponenzialmente lo stimolo della fame e quindi avvicina nel tempo il successivo disastro alimentare. Anche qui il meccanismo è perverso; la persona dice a se stessa: "Siccome ho esagerato a tavola devo allenarmi ancora di più". Ma il proprio corpo reclamerà il giusto apporto alimentare che, se non concesso, darà successivamente luogo ad un'altra, incontrollabile abbuffata.

 

Il meccanismo, secondo una logica stringente, portato alle sue estreme conseguenze, genera un nuovo problema. Dal punto di vista della persona la ragione è assolutamente evidente: mi abbuffo, quindi devo correre ai ripari limitando l'alimentazione.

 

Ma il problema è esattamente l'opposto: siccome mi sottopongo a regimi alimentari da vera e propria fame e magari anche ad una attività fisica troppo intensa, non ce la faccio più e perdo il controllo, abbuffandomi in modo sempre più spropositato.

 

Questa è la ristrutturazione fondamentale che viene fatta nella prima seduta della terapia con questo tipo di pazienti. Grazie al dialogo terapeutico strategico, si arriva a far sentire alla persona che la soluzione che sta intraprendendo è in assoluto controproducente e da evitare. E' un passaggio fondamentale.

 

Il continuo dell'intervento, trattandosi di un problema ossessivo nei confronti del cibo, consiste nel rompere le rigide abitudini alimentari, concedendosi il piacere nei pasti, anche con quegli alimenti "vietati" per la persona, fino alla completa sazietà. In questo modo si annulla immediatamente il raptus di vera e propria fame, che porta all'abbuffata compulsiva.

 

Le percentuali di successo, utilizzando la terapia strategica, sono molto alte: si attestano nell'88% della casistica (fonte: Centro di Terapia Strategica Breve di Arezzo e Studi Affiliati in Italia).

 

 

DIETA O NON DIETA?

 

Da un centinaio di anni le culture economicamente più sviluppate hanno maturato e diffuso al proprio interno il culto della bellezza. Essa corrisponde sempre più con la magrezza, la quale nella donna va preferibilmente associata a forme sinuose (vita stretta, seni prosperosi e fianchi tondi ma non troppo prominenti), nell'uomo ad una marcata muscolatura, anche in zone del corpo in cui la forza non è poi così funzionale alle attività umane (si pensi al culto degli addominali, che ha scavalcato per importanza addirittura quello dei bicipiti).

 

Che ciò sia un bene o un male non sta a me dirlo, ad ognuno la sua valutazione. Sta di fatto però che da diversi decenni è scoppiata una vera e propria epidemia di… diete!

 

Ma cosa è una dieta? Ce ne sono a centinaia, se ne sentono veramente di tutti i tipi. Alcune tolgono completamente di mezzo certi alimenti. Altre li mantengono, sia pur molto diminuiti nelle dosi, altre prevedono forti restrizioni con la possibilità di mangiare ciò che si vuole un giorno a settimana. Ma all'atto pratico, ciò che accomuna ogni dieta, che abbia come scopo il dimagrimento, è il controllo e la privazione del cibo, o nella qualità o nella quantità.

 

Ma le diete funzionano?

Evidentemente si… nel breve tempo.

 

frutti della deprivazione calorica si manifestano all'inizio anche abbastanza velocemente. Peccato che dopo le prime entusiaste settimane chi sia a dieta veda scendere l'ago della bilancia sempre più lentamente, creando un senso di scoraggiamento e a volte di abbandono della dieta con il recupero del peso di partenza.

 

Ma i più caparbi riescono ad arrivare fino in fondo,ottenendo i tanti agognati risultati: dimagriscono fino a raggiungere il peso desiderato.

 

Anche in questo caso però non è tutto rose e fiori. Ogni persona che si sia sottoposta ad un regime alimentare ipocalorico sviluppa una sana e naturale reazione nel suo corpo. E' un po' come se il nostro organismo, a fronte della minore nutrizione, si difenda entrando in modalità “riserva”. Il metabolismo scende, consumiamo meno energie e calorie. Proprio per questo motivo tutti sanno che, interrompendo una dieta, si rischia di recuperare, purtroppo spesso con gli interessi, i chili persi. Il corpo era stato abituato a vivere con poco e anche il semplice tornare a mangiare normalmente fa salire il peso.

 

Questo è un meccanismo adattivo molto importante per gli esseri umani. Nel corso dei secoli l'uomo ha fronteggiato carestie, alternate a periodi di maggiore abbondanza di cibo. Abbiamo quindi biologicamente sviluppato una modalità che riduce al minimo i consumi energetici nei periodi di carestia (che al giorno di oggi potremmo definire di dieta), e accumula il più possibile nei periodi di abbondanza (che potrebbe essere la semplice interruzione della dieta) proprio per far fronte ai possibili successivi periodi di carestia.

 

In pratica succede la stessa cosa quando ci sottoponiamo a regimi alimentari rigidi e controllati. Dimagriamo, all'inizio velocemente, poi il metabolismo rallenta, rallentando anche il dimagrimento e appena torniamo a nutrirci normalmente assistiamo con sconforto a un aumento del peso.

 

In tutto ciò si aggiunge anche un importante effetto psicologico. I cibi a cui rinunciamo, che siano i carboidrati, i grassi, i dolci o le fritture, diventano nel tempo sempre più desiderati, proprio perché ce li vietiamo costantemente. Resistiamo, resistiamo e alla fine… cediamo, abbuffandoci spesso proprio con quei cibi vietati, con evidenti ripercussioni sul peso, sulla nostra forma fisica e sulla nostra autostima.

 

Funziona un po' come vietare ad un bambino di assaggiare la sua torta preferita: in questo modo gliela facciamo desiderare ancora di più, concentrando la sua mente proprio su ciò che è negato. Vietarci un cibo significa dunque spesso aprire la strada alla nostra futura abbuffata… proprio per quel cibo, poiché lo abbiamo reso più desiderato.

 

Un importante studio di settore, pubblicato dalla rivista scientifica American Psycologist, condotto per più di dieci anni su due gruppi di centinaia di persone, uno a dieta e l'altro non a dieta, ha rivelato che, mediamente, il gruppo di individui che nel lungo periodo ha maggiormente incrementato il peso era proprio quello a dieta, rispetto a chi non aveva mai seguito un regime alimentare ipocalorico controllato. Tutto ciò proprio per i pericolosi effetti biologici e psicologici menzionati in questo articolo.

 

Consideriamo dunque attentamente il metterci a dieta. Gli effetti positivi si possono ottenere rapidamente, ma nel tempo potrebbe rivelarsi un'arma che finiamo con il rivolgerci contro.

 

A livelli estremi, individui che hanno sottoposto se stessi a innumerevoli diete fallite, possono essere efficacemente aiutati, per mezzo di un'adeguato supporto psicologico, a riconquistare gradualmente un nuovo, equilibrato, rapporto con il cibo e il proprio corpo, concedendosi naturalmente il cibo “cattivo” o vietato, e svolgendo delle adeguate attività sportive o comunque non sedentarie, adatte alla propria condizione ed età.

 

 

 

LA BULIMIA: UNA MIGLIORE DEFINIZIONE

 

La bulimia (etimologicamente, fame da bue) è un disturbo alimentare caratterizzato dall'irrefrenabile compulsione a mangiare e non sul bisogno del cibo dato dalla fame.


La ricerca intervento strategica, curata dal Prof. Giorgio Nardone ha individuato, al di là delle categorie diagnostiche del DSM, tre specifici sistemi patologici associati al quadro bulimico, così descritti:


I pazienti “boteriani”, in analogia con i famosi quadri di Botero, sono soggetti, uomini o donne, per il quali il cibo è puro piacere: mangiano continuamente, non si abbuffano all'improvviso, ma hanno una costante perdita di controllo sull'alimentazione. Continuerebbero volentieri il proprio stile di vita, incentrato principalmente sul piacere del cibo, ma per motivi medici, spesso gravi scompensi biologici dati dall'obesità, sono costretti a chiedere aiuto specialistico. Gli studi indicano nella loro obesità un fattore protettivo contro la sofferenza psicologica.


I pazienti “carciofo” sono in particolar modo donne. Per loro il cibo ha sopratutto una funzione compensativa rispetto alle emozioni che esperiscono a livello relazionale. Come i carciofi, esternamente brutti a vedersi, posseggono una tenera polpa al loro interno. Il grasso ha quindi la funzione di proteggere dalle relazioni con gli altri, sopratutto del sesso opposto, come una sorta di corazza esterna. A differenza dei boteriani cercano di lottare contro il peso, a volte riescono per un po' di tempo, ma finiscono per ricadere nella bulimia, sopratutto in concomitanza di eventi percepiti come paurosi o dolorosi.


I pazienti "yo-yo" sono spesso persone combattive, sono capaci di sostenere dure diete restrittive, anche per lunghi periodi, perdendo molto peso. Ma con il passare del tempo i cibi vietati diventano sempre più desiderati, arrivando al punto di sbracare totalmente e recuperare con velocità i chili persi, purtroppo spesso con gli interessi. La loro autostima ed il loro umore sono legati al controllo del cibo: fin quando sentono di gestirlo si sentono bene, quando, per le troppe limitazioni sul piacere a tavola, finiscono con il perderne il controllo, si buttano drammaticamente giù scoraggiandosi.


Ltecnicterapeuticiniziale, con le tre tipologie di pazienti, è identica. Si propone dapprima una sorta di “esperimento” al paziente: la dieta paradossale, che in realtà costituirà lo stile di vita finale del risultato della terapia. Si propone dunque:

La invito a fare un esperimento terapeutico, da qui alle prossime due (o tre) settimane, mangi solo ciò che le piace di più, ma solo e soltanto nei tre pasti principali. Vorrei che lei concentri i suoi cibi preferiti a colazione, pranzo e cena, nelle quantità che più gradisce. Se preferisce il dolce mangerà il dolce, se vuole la pizza mangerà la pizza, ma solo nei tre pasti. Fuori pasto, niente. Vediamo se ci riesce”.


Con questa prescrizione si blocca in primo luogo il circuito patologico del tentativo esasperato del controllo alimentare che ha portato puntualmente il paziente alla perdita di controllo e alle abbuffate. L'effetto psicologico è molto potente, il cibo che piace, non più vietato, viene consumato frequentemente i primi giorni, ma poi perde di interesse, si preferisce mangiare altro, assumendo il proprio cibo preferito non più con la compulsione di chi cerca di vietarselo, ma in modo naturale ed equilibrato nel tempo. Il paziente torna infatti in seconda seduta notando di non esserne più attratto come prima. “Se te lo concedi puoi rinunciarvi, se non te lo concedi sarà irrinunciabile”, diceva Oscar Wilde. L'effetto è anche a livello biologico: la nostra digestione rallenta quando si protrae il consumo di un certo tipo di alimento, diminuendone progressivamente la sua velocità d'ingestione e la sua appetibilità.


La dieta paradossale ha quindi la finalità di recuperare il naturale rapporto con il cibo, basato sul piacere, ma che sia autoregola in base ai bisogni del nostro organismo. In parole povere, gradualmente ciò di cui ha bisogno il nostro corpo e ciò che piace alla persona tornano a coincidere.


Le manovre terapeutiche variano poi nel caso in cui la persona non sia riuscita ad astenersi dal cibo al di fuori dei pasti. In questo caso si utilizzano tecniche di prescrizione del sintomo per prenderne possesso e smontare la sua valenza coercitiva (si tratta di ulteriori prescrizioni specialistiche).


Queste manovre terapeutiche devono però essere parallele ad un sostegno di tipo psicologico-emotivo, sopratutto con le pazienti carciofo. Bisogna ricordare che per queste persone il grasso corporeo ha un'importante funzione protettiva, per cui bisogna accompagnarle ad esporsi, un po' alla volta, al confronto con gli altri. E' indispensabile guidarle a concedersi gradualmente dei piccoli piaceri e a vivere il rapporto con l'altro sesso senza il timore di perdere il controllo. In questo modo l'intervento è destinato ad avere un sicuro successo che si manterrà nel tempo.


Nelle tre varianti della bulimia l'obiettivo finale è quello di raggiungere un equilibrio psicofisico, basato su un sano rapporto con l'alimentazione ed un'adeguata attività fisica giornaliera, tarata sulle possibilità dell'individuo, e scelta secondo i propri gusti personali. Anche nelle attività motorie è importante concedersi il piacere del movimento, secondo le proprie preferenze, altrimenti si corre il rischio di detestare il movimento e di abbandonarlo velocemente.


Ci sono ad esempio persone che arrivano a detestare la corsa, perché la impongono a se stessi in quanto attività sportiva brucia grassi. Ma in questo modo finiscono spesso con l'abbandonarla, tornando ad una vita sedentaria. Ad individui del genere, se ad esempio prediligono gli sport di gruppo, si prescrive di praticarli con maggiore assiduità. In questo modo il movimento viene vissuto con piacevolezza e si manterrà alta la motivazione a mantenerlo con frequenza. Con chi predilige le attività motorie più solitarie si sfrutteranno invece queste. Bisogna che la persona si conceda il piacere in ogni ambito della propria vita e cavalcare le sue preferenze come leva di cambiamento positivo.


Il fine del processo terapeutico è dunque quello di svincolare la persona dal paradosso del controllo sul cibo che fa proprio perdere il controllo su di esso, abbinato ad un'abitudine motoria piacevole che diventi parte integrante del proprio stile di vita.


Il protocollo di psicoterapia breve strategica ha mostrato in questi casi un grado di successo e di mantenimento dei risultati nel tempo pari all'88% dei casi.

 

 


Davide Norrito - Psicologo e Psicoterapeuta - ricevo a Trapani

Iscritto all'Ordine degli Psicologi della regione Sicilia al n° 4735