IL DUBBIO PATOLOGICO

 

Il dubbio patologico è una problematica poco conosciuta ma estremamente frequente del nostro contesto e periodo storico. Attualmente non ne è ancora stata formalizzata la diagnosi ufficiale. Utilizzando gli usuali manuali diagnostici potrebbe essere scambiato per sindrome ossessiva. Ma ci sono delle peculiarità, individuate e risolte con successo nei protocolli di trattamento formulati presso il Centro di ricerca di Terapia Strategica di Arezzo e dei suoi studi affiliati nel mondo, che focalizzano una struttura di funzionamento ben diversa dal disturbo ossessivo.

 

In cosa consiste e come si struttura tale patologia?

 

Gli esseri umani, a fronte dei propri problemi, dubbi, dilemmi, cercano di trovare delle soluzioni, di darsi delle risposte. E’ un meccanismo naturale; siamo esseri pensanti, meditiamo sulle cose e siamo portati a prevenire con il pensiero le possibilità che potrebbero presentarsi o a cercare spiegazioni su ciò che accade.

 

Ad esempio uno sportivo che voglia acquistare un buon paio di scarpe da corsa può valutare i modelli sul mercato e i relativi prezzi, farsi descrivere dai commessi le calzature più idonee al proprio tipo di allenamento, dopo di ciò compiere la propria scelta. Tutto ciò può essere ritenuto utile e funzionale.

 

Ma, come spesso accade per i problemi umani, un meccanismo sano e razionale, portato agli eccessi e alle sue estreme conseguenze, genera una condizione rigida, problematica e patologica.

 

Immaginiamo lo stesso individuo che voglia essere assolutamente sicuro di compiere la scelta giusta. Chiederà consiglio a tante persone diverse, che daranno possibilmente altrettanti pareri diversi. Non contento di ciò andrà a vedere su internet i siti di abbigliamento sportivo, visualizzerà decine di forum in cui si commentano calzature da corsa, acquisendo miriadi di informazioni. Potrà valutare la possibilità di compiere acquisti online, trovando così maggiore convenienza rispetto ai negozi. Ma anche lì sorgerà un nuovo dubbio: "se non provo le scarpe prima posso essere sicuro che mi calzeranno comodamente?" Potrebbe anche aspettare i saldi - “ma se poi proprio il mio numero di scarpe venisse preso da qualcun altro? Alla fine la persona continua a correre per mesi con le vecchie scarpe e solo quando diventano inutilizzabili viene costretta dai fatti a comprarne di nuove senza finalmente pensarci su troppo.

 

E’ proprio l’eccesso di razionalità, di valutazione, portato alle sue estreme conseguenze, che finisce con il bloccare la persona. Ad ogni eccessiva considerazione di fattori, nel desiderio, apparentemente razionale, ma assolutamente utopistico, di voler essere certi di compiere la scelta perfetta, l’individuo finisce con l’infognarsi dentro un labirinto intricato dal quale uscirne diventa un'impresa titanica.

 

Lo stesso filosofo Kant, esperto conoscitore degli strumenti del pensiero e della logica ha affermato: prima di valutare se una risposta è esatta bisogna valutare se la domanda è corretta.

 

Ognuno di noi ha assistito o è stato attore in prima persona di situazioni come:

 

voler essere certi di anticipare con il pensiero gli eventi che accadranno;

voler essere sicuri di aver trovato il partner della propria vita;

voler essere sicuri di fare la vacanza migliore, la scelta migliore…

voler essere sicuri di non avere una malattia;

etc.

 

La lista può diventare davvero infinita, ma il problema sta a monte. Quale risposta potrà mai rassicurare una persona rispetto ad una domanda logicamente sbagliata? Come facciamo ad essere completamente sicuri di una scelta ancora prima di averla compiuta? Chi, assistendo alla celebrazione di uno splendido matrimonio, può essere certo che gli sposi si ameranno per tutta la vita? Chi, dopo avere fatto accurati esami medici rassicuranti, può essere davvero certo che non avrà mai un infarto?

 

La struttura di funzionamento del dubbio patologico ha comunque una curiosa peculiarità. Dagli studi e dalle ricerche condotte emerge che è proprio il darsi le risposte che produce delle nuove domande più ansiogene. L’individuo cerca allora di fronteggiare il nuovo quesito provando a darsi una nuova “certezza”. Ma ovviamente ciò è impossibile e nasce un nuovo dubbio, che genera ancora più angoscia.

 

Il protocollo terapeutico consiste allora nel bloccare repentinamente le risposte che la persona si dà, per inibire progressivamente le domande ansiogene e superare l'impasse.

 

Nella mia esperienza di psicoterapeuta (vedi caso clinico a seguire), dopo le prime sei – sette sedute, in cui il paziente sta decisamente meglio ed è più rilassato, basta accompagnarlo attraverso incontri sempre più diluiti nel tempo, per consolidare positivamente le nuove strategie di pensiero.

 

 

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L'AMO O NON L'AMO?

 

Paolo (i nomi di questo resoconto clinico sono inventati per il rispetto della privacy) ha 35 anni, lavora e vive da solo. Il suo problema si manifesta in modo evidente nel rapporto con le persone a lui vicine, da una di esse infatti aveva ricevuto il caldo consiglio di venirmi a consultare.

 

Indagando attraverso domande mirate, venne fuori che Paolo aveva avuto nel corso degli anni diverse relazioni, durate diversi mesi o anni, ma tutte finite allo stesso modo: all’inizio mostrava entusiasmo, ma successivamente tutto diventava come un peso. Era assalito dai dubbi: “Ma è veramente la donna che fa per me? Potrà essere sicuramente la madre dei miei figli?”. Dare una risposta a tali quesiti non lo aiutava. Anche se al momento sembrava auto rassicurarsi, successivamente il dubbio tornava assassino, minando le certezze che avrebbe voluto avere. A questo punto il copione di ogni relazione continuava andando a “confessare” tali pensieri alle proprie partner che, evidentemente, non la prendevano bene: “me lo devi dire se vuoi stare con me”; “dammi una risposta certa se vuoi stare con me”. Ma più cercava di darsi la risposta certa, meno paolo la trovava ed i rapporti finivano con il diventare insicuri, freddi e macchinosi, rompendosi indissolubilmente.

 

Ma nelle prime fasi delle sue storie paolo sapeva essere un ottimo seduttore. Se incontrava una donna che lo interessava era disinibito nel presentarsi e nel riuscire, la maggior parte delle volte, a frequentarla. Metteva in campo le sue abilità comunicative e non demordeva di fronte ai piccoli rifiuti. Ogni corteggiamento era svolto con delicatezza e sicurezza, e la maggior parte delle donne accondiscendeva alla frequentazione.

 

“Come te lo spieghi?” – chiesi allora - “Metti entusiasmo ed energie in fase di corteggiamento, persegui il tuo obiettivo fino a quando lo raggiungi, e lì i dubbi non ti assalgono. Dopo di che cominci nel tempo a porti domande del tipo: ‘mi amerà o non mi amerà; è la persona giusta oppure no; etc.’ Come valuti tutto ciò?”.

 

Il paziente non aveva mai dato particolare peso al fatto che durante il corteggiamento tutto fosse sempre andato per il meglio e che le cose cominciavano a guastarsi solo successivamente. A tutto ciò non riusciva a trovare una spiegazione. Lo invitai a riflettere che fino a quando aveva un obiettivo stabile, in questo caso conquistare una donna, i dubbi nemmeno affioravano. Ma quando la relazione diveniva "ufficiale" cominciava a torturarsi la mente cercando di trovare una risposta certa e definitiva ai propri, assillanti dubbi.

 

Paolo annuì, in effetti il problema funzionava in questo modo.

 

          “Ma secondo te – chiesi – è possibile trovare una risposta certa e definitiva alla domanda: sarà sicuramente la donna della mia vita? Neppure se assistessimo al più meraviglioso dei matrimoni potremmo mettere la mano sul fuoco affermando che sicuramente gli sposi staranno sempre insieme, amandosi in ogni momento della loro vita. Tu pensi di riuscire a trovare nelle tue relazioni questa risposta?”.

 

“In effetti non posso riuscirci con certezza – rispose – ma quantomeno ci provo”.

 

“Ed ogni volta che provi a darti questa risposta ti calmi o i dubbi ti riassalgono in modo ancora più angosciante e lancinante di prima?”.

 

         Il paziente era affascinato dal ragionamento, ed anche sorpreso e suggestionato, non aveva mai considerato le cose da questo punto di vista. Aveva sempre cercato di risolvere i propri dubbi dandosi delle risposte, come logica sembrerebbe giustamente indicare, ma queste non lo soddisfavano, anzi, generavano nuovi interrogativi, che lo rendevano sgomento e insicuro.

 

         “Ogni volta che cerchi la risposta definitiva ad una domanda logicamente scorretta è come se ti infilassi volontariamente dentro un labirinto che diventa sempre più buio ed intricato. Non si possono trovare risposte certe a domande scorrette” – sentenziai infine.

 

         Con il paziente completamente catturato per il ragionamento a cui lui stesso, guidato dalle domande, era approdato, considerando adesso le cose da un punto di vista totalmente nuovo, diedi l’indicazione terapeutica che meglio si adatta alla logica del suo problema.

 

         “Da qui alla prossima volta che ci vedremo, ogni volta che ti verranno i dubbi hai due alternative che puoi scegliere di mettere in pratica: o blocchi volontariamente le risposte, per impedire immediatamente che parta il circolo vizioso delle ansie sempre maggiori; o ti armi di carta e penna e scrivi in successione tutta la catena di risposte-domande, risposte-domande, che ti vengono in mente”.

 

         Indicai anche di interrompere la tentata soluzione del parlare con i propri amici dei suoi problemi. Ogni volta che lo faceva finiva con il ricevere delle pseudo rassicurazioni che, funzionando un po’ come delle risposte che alimentano nuove, asiogene domande, finivano con il procurare maggiore ansia.

 

         All’incontro successivo, dopo una settimana, paolo era a dir poco trasformato. Aveva un aspetto molto più rilassato, un eloquio calmo e tranquillo. Cominciò subito col dire che le cose erano andate meglio. Si era molto impegnato nel rispettare le mie indicazioni, aveva immediatamente smesso di parlare dei suoi problemi con gli altri, ma soprattutto aveva subito bloccato le risposte ai suoi dubbi. Nel giro di qualche giorno aveva avvertito un netto cambiamento, i dubbi potevano esserci, ma li aveva lasciati nella mente senza combatterli. Aveva superato il periodo di “burrasca” con la sua attuale ragazza, diceva di vivere giorno per giorno la sua storia, anche se sentiva a pelle, ma non più in modo ossessivamente ragionato, che qualcosa non andava, non lo soddisfava pienamente. Era disposto a sperimentare nei fatti come sarebbe andata, senza alcuna forzatura mentale.

 

         Presi atto degli evidenti cambiamenti ma evitai di mostrarmi eccessivamente entusiasta. Dopo aver rinforzato i concetti importanti indicai di utilizzare la tecnica dell’evitare di darsi le risposte a 360 gradi, in ogni ambito della sua vita, non solo in quello delle relazioni. Il paziente mi guardò con vivo interesse, in effetti si reputava una persona insicura in tante situazioni, spesso anche sul lavoro. Il pensare di utilizzare l’indicazione in modo ancora più strutturato lo entusiasmava. Visti i più che positivi cambiamenti indicai al paziente di tornare dopo due settimane.

 

         In terza seduta paolo aveva tante novità da raccontare. Si era lasciato con la sua ragazza perché stavolta era stata lei a farsi assalire dai dubbi e ad essere opprimente. Lui era stato bravo nel bloccare le risposte affermando di voler vivere la storia così per come veniva, coltivandola giorno per giorno. Ma a lei non era bastato, cercava la sicurezza assoluta. Un po’ oppresso per i discorsi apprensivi della donna, un po’ perché non aveva più sentito nei giorni precedenti un vero trasporto emotivo, l’uomo aveva preferito chiudere la relazione. Il paziente non viveva però tutto ciò come un’ennesima sconfitta, ma come il naturale evolversi di una relazione che non aveva più niente da dare. Anche se aveva appena chiuso una storia sentiva di aver avuto il controllo emotivo della situazione.

 

         Nel resto della sua vita si sentiva rinato, si era reso conto che al lavoro la sua modalità di cercare delle risposte certe a situazioni imprevedibili era molto radicata e aveva lavorato molto su ciò, bloccandole prontamente. Si sentiva molto più a suo agio. Anche gli amici si erano accorti dei suoi miglioramenti, anzi, adesso era paolo a rendersi conto dei loro periodi di insicurezza. Mi complimentai per i risultati raggiunti e, dopo le necessarie considerazioni e rinforzi sulla seduta dissi di incontrarci nuovamente dopo tre settimane.

 

         Alla quarta seduta paolo manifestava tranquillità e rilassatezza. Stava imparando ad utilizzare la tecnica in ogni ambito della sua vita, tanto da diventare quasi un’abitudine spontanea. Si era reso conto di essere stato in passato molto rigido nelle attività sportive che si auto imponeva, arrivando a compiere allenamenti in bicicletta a dir poco massacranti. Si poneva altissimi obiettivi atletici che finivano con lo sfinirlo e con il rendere lo sport un tedioso dovere, anziché un sano piacere. Di fronte a ciò aveva deciso di ridurre la frequenza e l'intensità degli allenamenti, che ora svolgeva con piacere ed in modo rilassato.

 

         E riguardo i rapporti con l’altro sesso, come erano andate le cose?

 

Non si era più sentito con la ex ma, inaspettatamente, era spesso risuonato un nome nella mente: maria. Era una precedente storia, conclusasi anch'essa come risultato della controproducente catena di risposte ai suoi dubbi. Adesso il nome risuonava però in modo positivo e paolo non lo aveva combattuto, lo lasciava come “sottofondo” nei suoi pensieri. Ma più passavano i giorni, più il sottofondo tornava a farsi sentire e più l’uomo si rendeva conto che era piacevole ripensare a quella donna, la aveva quindi ricontattata ed erano usciti insieme per prendere un caffè. Adesso era paolo il primo a dire di non aspettarsi niente se fosse nata una nuova storia, l’avrebbe vissuta senza forzature e avrebbe constatato dai fatti come sarebbe andata.

 

Congedai il paziente con un’indicazione che avrebbe dovuto far diventare abitudine: affidarsi al proprio piacere. Avrebbe scelto le attività che gli piaceva di più svolgere, nella misura e nella qualità che meglio riteneva, evitando di farsi trascinare dal “dovere” di farla. Se gli andava di fare qualcosa l’avrebbe fatta, se no no, tutto qui.

 

Negli ultimi incontri, sempre più diluiti nel tempo, sostenni e rinforzai paolo nei cambiamenti che aveva ormai raggiunto da tempo e che stava sempre più consolidando facendoli diventare abitudini positive.

 

E per quanto riguarda la frequentazione con maria? I due erano tornati a stare insieme e a vivere la propria relazione con piacere e felicità, evitando le inutili forzature della “troppa ragione” e rendendo così il proprio rapporto spontaneo e proficuo. Dopo la fine della terapia, avendo incontrato l'ex paziente per strada, mi ha confidato la sua intenzione di volersi sposare proprio con lei.

 

         Questo caso di dubbio patologico, che all’inizio appariva essere circoscritto alla sola vita sentimentale del paziente, può ritenersi paradigmatico: da “protocollo” strategico. Lo sblocco delle problematiche è stato particolarmente veloce e la terapia si è protratta, con incontri sempre più distanziati, nel giro di circa sei mesi, periodo necessario per consolidare nel tempo i cambiamenti avvenuti.


Davide Norrito - Psicologo e Psicoterapeuta - ricevo a Trapani

Iscritto all'Ordine degli Psicologi della regione Sicilia al n° 4735