“L’illogico è un passo necessario

verso il logico”

H. Vaihinger

 

COSA E’ IL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

 

Controllare ripetutamente, anche decine di volte, ciò che si fa: aver chiuso bene la macchina, la porta di casa, sistemato correttamente gli oggetti della scrivania o altre cose, come ad esempio l'esatto ordine dei cassetti... Oppure l'igiene maniacale di se stessi, prendendo esasperanti precauzioni, per scongiurare il pericolo di eventuali contaminazioni. Tutti questi sono solo alcuni dei possibili aspetti che può assumere il problema.

                 

         Questo disturbo, molto più frequente di quanto potrebbe sembrare, è basato su presupposti di per se sani, che portati alle estreme conseguenze diventano grotteschi e paradossali. Il controllo o la precauzione rituale tranquillizza dall'ansia, ma il risultato alla lunga è quello di diventare schiavi dei propri stessi controlli. A volte il rituale può anche essere magico - se faccio in questo modo non accadrà niente di male ai miei familiari - ad esempio.

 

Il doc (disturbo ossessivo compulsivo) è l’irrefrenabile compulsione a mettere in atto comportamenti o pensieri in modo ripetitivo e ritualizzato, sovrastando ogni altra attività.

 

E' normale lavarsi le mani per curare la propria igiene, funziona. Ma all'estremo, sottoporsi a continui lavaggi, scorticandosi e rovinandosi la pelle costituisce un serio problema. Le ricerche stimano che oltre il 5% della popolazione soffre di questa patologia in forma grave e che richiede un intervento.

 

 

COSA PEGGIORA LA SITUAZIONE

 

                  Per sedare l’ansia la persona mette in atto una serie di strategie che finiscono con il creare un nuovo problema:

 

         Chiede aiuto e rassicurazioni: coinvolge i familiari chiedendo estenuanti rassicurazioni circa l’aver fatto bene il proprio rituale. Nel tentativo di diminuire l'ansia, spesso i familiari si prestano a tranquillizzare. Sul momento si riesce nell'intento, ma il messaggio risulta poi essere contraddittorio. In realtà si finisce con il comunicare: se io sto a qui a rassicurarti vuol dire che il problema c’è ed è grave.

 

A volte, addirittura, la persona coinvolge direttamente gli altri nella propria compulsione, esigendo che compiano loro stessi dei rituali, ad esempio i genitori o il partner. Anche in questo caso prestarsi a compiere il rituale peggiora la situazione e rende maggiormente schiavi del problema.

 

Attua il rituale: compiere il rituale è ciò che conduce progressivamente verso il fondo dell’abisso, all'inizio tranquillizza, ma le precauzioni diventano continue ed asfissianti. La compulsione si cementifica proprio perché inizialmente riesce a scacciare l'ansia per ciò che si teme, ma finisce con il monopolizzare l'esistenza dell'individuo.

 

 

COME INTERVENIRE

 

Per capire se sei in validato da tale disturbo presta attenzione a quando un atteggiamento o comportamento si struttura in modo inevitabile, fuori dal tuo controllo costringendoti, ad esempio, a ripetere numerose volte la stessa azione. Quando le azioni o i pensieri stereotipati ti rassicurano sul momento, ma poi senti il bisogno di metterli in atto più di prima, il problema ha bisogno di soluzioni alternative.

 

Se sei un familiare o conosci qualcuno che mette in atto esageratamente certi controlli precauzionali ricordati che spesso chi presenta il problema non sente la necessità di intervenire con urgenza, peggiorando in questo modo la situazione.

 

Attualmente le terapie farmacologiche riescono soltanto a diminuire l'intensità del disturbo, ma non a risolverlo efficacemente.

 

L'intervento di Psicoterapia Strategica si dimostra risolutivo del problema nell'88% dei casi (Fonte: Centro di Terapia Strategica Breve di Arezzo e Studi affiliati). Destruttura la patologia utilizzando le più efficaci manovre di sblocco, portando la persona a superare la schiavitù delle proprie compulsioni, riconquistando la propria libertà.

 

 

“Il prendere tempo ci fa perdere

il giusto tempo”

 

 

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"LE MANI ROVINATE"

 

CASO CLINICO TRATTATO

 

Cristina è una giovane ragazza, poco più che ventenne, dall'aspetto delicato e con il viso molto grazioso. Arriva nel mio studio presentandosi gentilmente e accomodandosi, mostra di trovarsi a suo agio. Dopo i primi convenevoli espone il suo problema. Fin dai 7-8 anni aveva sviluppato un atteggiamento scrupoloso verso la pulizia delle mani. Andava frequentemente a lavarle e per questo veniva spesso lodata dalla sua famiglia o dai genitori dei suoi amici. Questo le dava motivo di orgoglio e, consapevole di ciò, faceva anche in modo di essere notata per questa sua “qualità”.

 

Ma con il passare del tempo questa buona abitudine era diventata per lei un'ossessione. Da circa la fine delle scuole medie la buona prassi della lavaggio delle mani era diventata un comportamento compulsivo da dover mettere necessariamente in atto; bastava un normale contatto per farla sentire sporca. Con il passare degli anni si era perfezionata nelle sue “tecniche” di pulizia, doveva compiere un rituale ben definito: strofinare con acqua e sapone ogni dito esattamente dieci volte. Dopo ciò si sentiva tranquilla, ma le bastava venire a contatto con qualcosa che ritenesse essere sporco per dovere, con urgenza, tornare a mettere in pratica il suo rituale.

 

         Aveva sempre convissuto con questa sua mania, senza chiedere mai aiuto ad uno psicoterapeuta. Ultimamente la situazione le dava più fastidio, ma continuava a conviverci e probabilmente avrebbe continuato a farlo se non fosse stato che una mia ex paziente, persona di sua conoscenza, le raccontò dei miei metodi per la cura del disturbo ossessivo compulsivo. Decise allora che avrebbe provato la mia terapia. Le era stato detto che sarebbero bastate solo poche sedute.

 

        Rimasi cauto su questo punto, le dissi che avrei potuto aiutarla nella misura in cui si fosse impegnata a seguire scrupolosamente le mie indicazioni. Poi le chiesi di mostrarmi le mani, esitò un istante, fu l'unico momento di imbarazzo per lei. Conosco le mani di chi per lavoro sta spesso a contatto con l'acqua, come quelle delle parrucchiere che fanno continuamente shampoo ai propri clienti. Ma le sue le battevano tutte: erano rosse, spaccate nelle pieghe della pelle, ai limiti del sanguinamento.

 

Dopo aver chiesto se mettesse in atto altri rituali compulsivi e avendo ricevuto risposta negativa, le dissi che ritenevo di avere le competenze necessarie per occuparmi di lei. Prescrissi quindi: “Da qui alla prossima volta che ci vedremo, ogni volta che ti verrà di mettere in atto il tuo rituale di lavaggio potrai farlo. Ma se decidi di farlo devi ripeterlo esattamente cinque volte, né una volta di meno né una volta di più. Puoi decidere di non farlo, ma se lo farai lo ripeterai cinque volte, né una volta di più né una volta di meno. Ripeto ancora, puoi non farlo, ma se fai uno fai cinque”.

 

Devo quindi fare cinque giri attorno ogni dito?” - chiese. “No, terminati i tuoi dieci giri per ogni dito, ricominci dal primo dito il tuo rituale, compiendolo cinque volte. In totale sono 500 giri!”

 

Ma così mi massacrerò davvero le mani!” - esclamò preoccupata. Risposi fermamente che l'indicazione da seguire era questa e doveva essere messa in pratica alla lettera. Poteva decidere di non attuare il suo rituale di lavaggio, ma se lo cominciava doveva ripeterlo per cinque volte, né una volta di meno né una volta di più.

 

Le diedi appuntamento a due settimane di distanza e si congedò in modo incerto, questa volta un po' meno gentile  rispetto a quando si era presentata a inizio seduta.

 

Al secondo incontro domandai come fossero andate le cose. “Bene” - rispose. “In che senso?” le chiesi.

 

Raccontò che sapere di doversi massacrare le dita con 500 giri di lavaggio l'aveva molto frenata nella sua compulsione, fin da subito. I primi giorni aveva messo in pratica qualche volta il rituale. Ma in quelli successivi era molto diminuito, a volte anche solo una volta al giorno, e mentre lo faceva ripeteva a se stessa quanto fosse sciocca nel fare una cosa del genere. Aveva capito il meccanismo, adesso farlo non era più una compulsione involontaria, ma una tortura volontaria, che a questo punto evitava di mettere in pratica. Il suo rituale era diminuito di un buon 80%!

 

Mi complimentai con lei per come era stata brava a seguire la mia indicazione, ma rincarai la dose: “Adesso passiamo a sette. Da qui alla prossima volta che ci vedremo puoi decidere di mettere in pratica il tuo rituale tutte le volte che vuoi, ma se lo fai una volta lo ripeti esattamente sette volte, né una volta di meno né una volta di più”.

 

L'espressione di sconcerto fu immediata al pensiero di doverlo ripetere sette volte, ma questa volta, avendo direttamente sperimentato l'indicazione, l'accettò facilmente. La seduta era stata molto veloce e diedi appuntamento a distanza di altre due settimane.

 

Al terzo incontro le cose erano andate ancora meglio. In 14 giorni erano state pochissime le volte in cui aveva messo in atto il rituale. Ripeterlo era stata una vera seccatura. Ma nonostante queste ripetizioni aveva effettuato molti meno lavaggi rispetto ai vecchi tempi e adesso Cristina mi mostrava con orgoglio le sue mani. Erano quasi normali, il colore naturale e gli arrossamenti erano piccoli e circoscritti. In più la giovane paziente disse che le volte che si era accorta di avere le mani sporche era semplicemente andata in bagno e se le era lavate normalmente, senza eccessi.

 

Dopo aver manifestato ulteriore fiducia ed incoraggiamento rispetto ai risultati ottenuti rincarai ulteriormente l'indicazione: “Adesso passiamo a dieci” .

Dovrei ripetere i lavaggi per dieci volte? Stavolta mi sa che non li metterò in pratica nemmeno una volta!” - esclamò.

 

E così fu, al quarto incontro il disturbo ossessivo compulsivo di Cristina era scomparso. Faceva solo i normali lavaggi che rientrano nella norma di ogni persona che cura la propria igiene. Congedai così la ragazza all'ultima seduta, che sarebbe stata di controllo, ad un mese di distanza, mantenendo ferma l'indicazione: “Se fai uno fai dieci”.

 

Dopo un mese Cristina mi riferì che tutto andava bene. Preferì impiegare il proprio tempo a discutere su come si sarebbe dovuta comportare con un ragazzo che frequentava e che le piaceva molto. La ascoltai e le diedi il mio parere; si alzò soddisfatta.

 

La terapia si è svolta in quattro sedute (due mesi), più una di controllo e il rituale compulsivo di lavaggio di Cristina, che durava da diversi anni, era stato totalmente superato con successo.


Davide Norrito - Psicologo e Psicoterapeuta - ricevo a Trapani

Iscritto all'Ordine degli Psicologi della regione Sicilia al n° 4735